Giungla, morte e solitudine:ecco i marines di "The Pacific"

La miniserie tv pensata da Spielberg racconta i lati oscuri della lotta isola per isola contro i giapponesi. E per gli attori è stato un inferno...

L’altra Seconda guerra mondiale. Quella che in fondo gli Americani hanno messo a lungo nel dimenticatoio. Niente epiche battaglie aeree contro i caccia giapponesi «zero», o le portaerei del Sol Levante. E nemmeno la liberazione dell’Europa con popolazioni che tripudiano per non dover più sopportare il tallone della dominazione nazista. Solo giungla, centinaia di isole, uguali ed inutili, da conquistare una ad una. In un corpo a corpo feroce e insensato contro un nemico che non retrocede mai, che bisogna sempre uccidere nel più crudele dei modi: faccia a faccia.
Ecco il cuore della miniserie in 10 puntate prodotta da HBO, The Pacific, che verrà trasmessa per la prima volta in chiaro a partire da stasera su Retequattro (in prima serata oggi alle 21,15 e in seconda serata nei giovedì delle settimane a seguire, due episodi per sera). Insomma uno scenario bellico tragico e venato di paranoia e relativamente poco frequentato cinematograficamente, se si esclude La sottile linea rossa di Terrence Malick e il più recente «dittico» su Ivo Jima di Clint Eastwood. Ecco spiegato allora l’interesse per il tema di Steven Spielberg e Tom Hanks che dopo Band of Brothers (logica continuazione di Salvate il soldato Ryan) hanno deciso di «cambiare fronte» e dar vita alla fiction più costosa della storia: 250 milioni di dollari impiegati, 90 set (e tonnellate di sabbia nera lavica per riprodurre Iwo Jima), 6 registi, 138 attori, 26mila comparse, 800 tecnici...
E non è mancato nemmeno lo spirito di «rivalsa» perché per molti critici, soprattutto quelli con qualche mena intellettuale, La sottile linea rossa di Malick era stata la nemesi di Salvate il soldato Ryan e della sua retorica eroica. In the Pacific quindi i due giocano con il tema del «rivale» (quel Malick che si era portato a casa l’Orso d’oro a Berlino).
E in effetti va detto che in The Pacific c’è una vena più psicologica e introspettiva rispetto ai precedenti lavori del duo Hanks-Spielberg. La serie parte con la battaglia di Guadalcanal nel 1942 (raccontata anche da Malick) e si chiude nel giugno del ’45 con Iwo Jima e Okinawa (qui la concorrenza è con Eastwood). Ma in mezzo l’interesse è tutto per scontri meno noti ma forse psicologicamente più crudeli come quello per la conquista del piccolo isolotto di Peleliu (15 settembre - 27 novembre 1944). E le scelte di regia sono tutte indirizzate a dare il senso della solitudine e della paura del combattente che si trova in mezzo al nulla asfissiante della giungla. Se Band of Brother aveva il passo del «romanzo corale» in questo caso la narrazione ruota attorno a una sorta di trinità: Robert Lekie (interpretato da James Badge Dale), Eugene Sledge (interpretato da Joseph Mazzello) e John Basilone (interpretato da Jonathan Seda). I primi due «personaggi» nella realtà hanno scritto due dei libri di memorie più noti sulla Guerra del pacifico, il terzo, il sergente di artiglieria Basilone (morto a Iwo Jima), è stato l’unico marine della seconda guerra mondiale a essere mai stato insignito sia della Navy Cross che della Medal of Honor. Insomma una prova non semplicissima nemmeno per gli attori. Per come li ricorda James Badge Dale i set erano «caldi, polverosi, puzzolenti». Ma per gli attori è stato soprattutto il tema ad essere difficile da trattare. Come spiega di nuovo Dale: «Abbiamo conosciuto i parenti dei nostri personaggi... letto le loro biografie... Il tema incuteva tantissimo rispetto... si trattava di rendere cinematograficamente dolore vero...».