La giunta ricorre Sgarbi: «E io ritiro le dimissioni»

La querelle tra Vittorio Sgarbi e il Comune di Milano continua. Il critico d’arte, sindaco di Salemi e assessore alla Cultura di Palazzo Marino, licenziato da Letizia Moratti, ha deciso di ritirare le sue dimissioni in seguito alla decisione del Comune di fare ricorso al Consiglio di Stato. «Se la giunta ha deciso di fare ricorso, significa che accetta la decisione del Tar di reintegrarmi come assessore e quindi mi ritiene tale - dichiara con la solita vis polemica -. Oggi sono l’assessore alla Cultura di Milano e mi presenterò da domani a tutte le riunioni previste che riguardano la mia competenza». Liquidata anche la questione dell’incompatibilità, che secondo Sgarbi è «ridicola perché i sindaci di Palermo e Brescia cumulano anche le cariche di parlamentari».
Ieri mattina dopo l’annunciato blitz in giunta il critico d’arte ha fatto recapitare al vicesindaco De Corato la lettera di dimissioni: «L’avevo consegnata anche l’altro giorno, ma nessuno mi ha risposto. Ho deciso quindi di superare la loro maleducazione e di ripresentare le dimissioni, chiedendo che vengano immediatamente accolte. Non vorrei, infatti, sentirmi in dovere, in ossequio alla sentenza del Tar e in mancanza di decisioni da parte della giunta - diceva in mattinata - dover continuare le mie funzioni di assessore contro la mia stessa volontà. Sia chiaro, sono io che me ne sono andato e non è stata la Moratti a cacciarmi». Non solo, l’assessore dimissionario si concede un momento di nostalgia: «Non possono pensare che io sia felice di lasciare, a Milano ci tornerei volentieri».
Nel pomeriggio però il «ribaltone» e il ritiro delle dismissioni. «Abbiamo deciso di ricorrere al Consiglio di Stato - spiega il vicesindaco - per riaffermare la possibiltà da parte del sindaco di licenziare un assessore, con cui intrattiene un rapporto fiduciario e contro la condanna inflitta al Comune da parte del Tar a risarcire Sgarbi per la mancata erogazione dell’indennità nel periodo compreso dal licenziamento alla sentenza».