Giura il governo Prodi Due È già polemica sulle donne e sulle regioni dimenticate

Ruoli di scarso peso per le ministre, proteste nell’Unione. Poco rappresentato il Nord che vota per il centrodestra. E per la prima volta non c’è un siciliano

Adalberto Signore

da Roma

La «nuova primavera dell’Italia», come l’aveva definita Romano Prodi in campagna elettorale, conterà su un presidente del Consiglio, due vicepremier e 25 ministri. Una squadra composita, con qualche conferma rispetto al 1996, molte matricole e altrettanti «famigli», alcuni dei quali sconosciuti anche agli addetti ai lavori. Considerazione questa, che non ha ovviamente nulla a che fare con le eventuali capacità dei neoministri, catapultati da un giorno all’altro nelle austere stanze del governo (è successo, solo per fare un nome, al titolare del Lavoro Cesare Damiano, fino a ieri componente della segreteria dei Ds e semisconosciuto ai più per Fassinescion, affettuoso libro di vignette su Piero Fassino pubblicato con l’Unità).
Equilibri e squilibri. La radiografia del nuovo esecutivo è eloquente sul piano dei rapporti di forza, dominati da Ds e Margherita che, non a caso, incassano un vicepremier ciascuno (Massimo D’Alema e Francesco Rutelli) a garanzia degli equilibri interni. Poi, nove dicasteri vanno al Botteghino e sei ai Dielle con gli altri partiti destinati agli avanzi. Anche qui senza squilibri, visto che tutti gli altri alleati (Prc, Idv, Rnp, Udeur, Verdi e Pdci) portano a casa un ministero a testa. Con qualche fastidio da parte di Rifondazione che nonostante il suo 5,8% si deve accontentare («abbiamo la presidenza della Camera - spiega un dirigente - ma anche la Margherita ha la presidenza del Senato e si è presa sei ministeri»). A chiudere il cerchio, due dicasteri definiti «prodiani», più Tommaso Padoa Schioppa all’Economia e Giuliano Amato all’Interno.
Numeri e spacchettamenti. I ministeri, dunque, sono 25, uno in più del Berlusconi III e quattro in più del governo che Prodi guidò nel ’96. Non a caso, sono ben cinque i dicasteri «spacchettati»: Attività produttive (ora Sviluppo economico, perde il Commercio estero che va con le Politiche Ue e il Turismo che va ai Beni culturali), Infrastrutture (perde Trasporti), Beni culturali (perde lo Sport), Istruzione (perde Università e Ricerca) e Welfare (sezionato in Lavoro, Politiche sociali e Famiglia). Una ripartizione delle competenze che apre anche una piccola querelle, visto che per ridisegnare le deleghe sono necessari dei decreti ad hoc. «Hanno giurato sulla Costituzione - spiega Giulio Tremonti - ministri che per la legge non possono esserlo. Credo che dovranno fare un altro giuramento». D’accordo nel merito Pierluigi Bersani, titolare delle Attività produttive. Con una postilla: hanno «giurato senza portafoglio», ora ci vuole un decreto per «trasformarli in dicasteri con portafoglio». Ma ammette Alfonso Pecoraro Scanio: «Solo per una questione tecnica, ma dovranno giurare di nuovo». Manca all’appello, invece, il ministero degli Italiani all’estero, soppresso nonostante siano proprio gli eletti fuori confine a tenere in piedi la maggioranza al Senato. Con buona pace dell’Italia dei valori che parla di «schiaffo avventato» al punto che Sergio De Gregorio minaccia di non votare la fiducia al Palazzo Madama.
Donne e cinquantenni. Capitolo dolente, invece, quello della rappresentanza femminile su cui nell’Unione si scatenata una piccola bufera. Prodi aveva promesso «il 33% dei ministri donna» invece si è fermato al 24. Insomma, sei invece di otto o nove. Il numero è quasi il triplo rispetto al governo Berlusconi, ma - a parte le attese - il punto dolente sta nel fatto che solo Livia Turco (Salute) ha un dicastero di peso. Le altre cinque esponenti «rosa» (Giovanna Melandri, Rosi Bindi, Emma Bonino, Linda Lanzillotta e Barbara Pollastrini) sono invece relegate a ministeri senza portafoglio. Così, a lamentarsi sono più o meno tutti, da Flavia Prodi alla stessa Pollastrini (neoministro delle Pari opportunità) fino all’Arcidonna. Sarà anche per questo che, arrivati a Palazzo Chigi dopo il giuramento al Quirinale, i pochi curiosi presenti in piazza Colonna riservano molti applausi a Bonino, Melandri e Bindi, mentre Rutelli e soprattutto Antonio Di Pietro incassano anche fischi e qualche «torna a casa». Sul fronte anagrafico, invece, nessuna sorpresa. L’età media è di poco superiore ai 56 anni, con un dominio dei cinquantenni (ben 15 contro i sei sessantenni). Insomma, un esecutivo «brizzolato».
Dal Nord alla Sicilia. La geografia del governo, invece, vede poco rappresentato il Nord e le sue categorie produttive che alle elezioni si sono schierate con la Cdl. Sette i ministri settentrionali, di cui ben cinque, però, piemontesi (unica regione del Nord dove l’Unione ha perso di un soffio), uno lombardo (ma senza portafoglio) e un veneto. Vince, invece, l’asse Lazio-Campania (dieci ministri) mentre restano senza rappresentanza nel governo i cinque milioni di siciliani. Annali alla mano, pare che non sia mai accaduto nella storia della Repubblica.