Giurati in camera di consiglio. Jacko dimagrito per la paura

Silvia Kramar

da New York

Nella soleggiata piazza di Santa Maria, in California, i media aspettano ansiosi il count-down del processo più seguito del mondo. Nell'aula del tribunale, da venerdì pomeriggio, una giuria composta da otto donne e quattro uomini sta decidendo il futuro di un impaurito Michael Jackson, accusato di aver molestato un ragazzino tredicenne che soffriva di un tumore all'intestino. La giuria, che si è aggiornata intorno alle 14.30 locali di ieri (le 23.30 italiane) senza aver raggiunto un verdetto, riprenderà oggi le consultazioni. Nel corso della giornata, i giurati hanno inviato una nota al giudice Rodney Melville, comunicandogli di avere una domanda, cui il giudice ha risposto, senza renderla pubblica. Per tutta la giornata il cantante sotto accusa, che rischia una condanna a vent'anni, è rimasto nel ranch di Neverland, mentre in tribunale si sono visti suo padre Joe e suo fratello Randy.
Ieri mattina i giurati sono tornati a soppesare, nel bene e nel male, le enormi prove a loro disposizione per incolpare o scagionare il re del pop: quattordici settimane di testimonianze, i particolari scabrosi della vita sua sessuale, alcuni videotape, un documentario e centinaia di pagine di informazioni. Su questa giuria, che varia in età dai 20 ai 79 anni ed è composta da otto genitori, da un handicappato su una sedia a rotelle che una volta aveva persino visitato Neverland, il ranch di Jackson, da un esperto di computer in pensione, un insegnante di equitazione, uno studente e una anziana donna il cui nipote è in prigione, accusato anche lui di abusi sessuali, grava adesso il peso di una decisione pesante. Ma i media e il mondo sanno che comunque dovesse andare, questo processo, il carosello dei media e la salute cagionevole del cantante faranno di lui, dopo il verdetto, un recluso. Che il mondo potrà continuare a riciclare la sua musica ma che probabilmente non lo vedrà più cantare e ballare, spensierato, con la testa tra le nuvole come un incredibile Peter Pan del rock. Suo fratello Jermaine è stato il primo a dirlo: «Michael è innocente, e la giuria lo sa. Ma dopo il processo il mondo non lo vedrà mai più. Diventerà un recluso».
Lo era sempre stato, con le sue plastiche facciali, la discolorazione di una pelle troppo nera, le mascherine sul volto, i cancelli elettronici del suo ranch. Ma poi c'era il richiamo irresistibile del palcoscenico.
Invece adesso, a vederlo così profondamente dimagrito, mentre per ben sette volte durante il processo aveva dovuto cercare sollievo al suo mal di schiena correndo in una clinica privata, mentre in aula si appoggiava ai cuscini, coi medici che gli somministravano anti dolorifici e lo incitavano a non arrendersi, Jackson sembra già un fantasma di quel ragazzo che aveva incantato il mondo col suo rock.
Oppure questa sua «malattia immaginaria» potrebbe essere una strategia ben orchestrata dai suoi avvocati: per convincere il giudice, in caso di colpevolezza, a permettergli di ricevere cure mediche in una clinica. Magari di scontare l'intera sentenza in una situazione meno drammatica di quella che lo aspetta se il presidente della giuria, leggendo ad alta voce il verdetto, dirà al mondo intero «Guilty!».
Se la giuria lo troverà colpevole, questo ballerino quasi scheletrico verrà probabilmente incarcerato nella prigione di Corcoran State, in California, non tanto lontano dal suo ranch. Soggiornerà in una cella del diametro di 30 metri quadrati. Dividerà i pasti e le ore di libertà vigilata con altri criminali high-profile: l'assassino di Robert Kennedy, Sirhan Sirhan, Mikail Markhasev, l'assassino del figlio di Bill Cosby, e un'altra star del crimine: Charles Manson.
Ieri mattina Jackson non è venuto in tribunale, anche se suo padre Joseph, confuso, è venuto a cercarlo, urlando in faccia agli uscieri di ridargli suo figlio, prima che la polizia lo rimandasse a Neverland. Il cantante non tornerà in questa piazza fino alla lettura del verdetto. Il reverendo Jesse Jackson adesso è rinchiuso con lui nella sua villa, per stargli vicino: «Michael soffre moltissimo. Ha dei dolori atroci». Ha detto il reverendo. Nell'America di oggi, come in quella che anni fa aveva scagionato dalle accuse di duplice omicidio l'ex campione di football O. J. Simpson, il mondo dei neri viene sempre chiamato a raccolta, per un fratello.