GIURATI DEI REALITY, PIÙ ATTORI CHE ARBITRI

Fino a poco tempo fa la parola «giuria», in televisione, aveva un significato e un impatto emotivo assai diverso da quello attuale. L'immagine della giuria, ad esempio, è spesso stata identificata con quella dei bambini che nel salone dell'Antoniano di Bologna danno i voti, paletta in mano, alle canzoni dello Zecchino d'Oro (e fioccano solo gli 8 e i 9 e i 10, come da prassi giocosa propria di un simile contesto). I meno giovani ricorderanno le giurie di Canzonissima negli anni '60, tenere e sfacciate dimostrazioni di affetto campanilistico in virtù delle quali, nella sede di Capri, Peppino di Capri otteneva maggioranze plebiscitarie, e a Bari rispondevano con votazioni altrettanto bulgare a favore di Nicola di Bari. Altri tempi. Poi è venuta un'era piuttosto lunga in cui ci siamo un po' tutti lamentati che canzoni, cantanti, attori, ballerini, comici e quant'altro attiene al genere artistico non venissero finalmente giudicati con la giusta severità, e ce la siamo presa con lo scadimento del senso critico, con i guasti provocati dalla mancata selezione. Adesso si assiste a un ribaltamento eclatante e altrettanto sbilanciato (come sempre succede nel gioco eterno delle azioni e reazioni), da quando l'istituto della Giuria ha cominciato ad avere una centralità sempre più evidente in un numero crescente di trasmissioni. Ci sono le giurie impettite e professorali, che se la tirano come quella che ha imperversato fino a pochi giorni fa ad Amici, dedita a stroncare con durezza e giudizi persino personali, caratteriali, il lavoro dei giovani concorrenti. Ci sono le giurie più improvvisate, che mischiano gli addetti ai lavori con i vip, come quella di Ballando con le stelle, nella quale non mancava il personaggio desideroso di mettersi in mostra eruttando qualche cattiveria. Ci sono quelle ancora più spietate di Music Farm, dove critici e cronisti musicali si divertono a mettere sotto torchio i cantanti, che assumono la veste di agnelli sacrificali. Con l'aggiunta di una dose ulteriore di spietatezza che sarebbe sbagliato giudicare gratuita (nulla in televisione lo è), come avviene nelle ricorrenti scudisciate verbali che Loredana Bertè riserva a Viola Valentino sotto gli occhi teatralmente dispiaciuti di Simona Ventura, che seguendo l'esempio di tanti altri colleghi prima appicca la miccia della tensione e poi vorrebbe fare il pompiere, quando le fiamme sono ormai troppo alte. Il ruolo delle giurie sta assumendo, in televisione, una funzione di istigazione al pathos, di propagazione di emotività indotta. È la continuazione, con altri mezzi, della radicata voglia di telerissa, che questa volta cerca la sua giustificazione nel «diritto di critica» portato fino ai limiti estremi dello psicodramma.