Il giurista casanova che istigava al suicidio

Da giovane si dedicò più alle tresche che agli studi. Sposò Christiane, una fioraia, dopo oltre 20 anni di convivenza. Da anziano ebbe un rapporto molto «stretto» con la moglie di suo figlio

Ebbe fama di uomo superiore, ma commise diverse sciocchezze. Allevato nella bambagia, non meritò tutti i privilegi che la vita gli offrì. Primogenito di un alto funzionario imperiale fu, per decisione della sorte, il solo su cui poterono appuntarsi le speranze della famiglia. Quattro fratelli infatti morirono in fasce e la sorella fu educata quanto bastava per darla in sposa. Privo di concorrenza, il Nostro attrasse ogni attenzione.
Gli venne impartita un’educazione classica e maturò in diverse università. A Lipsia studiò legge, a Strasburgo si perfezionò. Di spirito aperto, se la prese comoda. Bighellonando, accumulò esperienze. All’ombra della cattedrale alsaziana, fu testimone del primo incontro tra Luigi XVI e la quindicenne Maria Antonietta d’Austria. Dotato com’era di sesto senso, ebbe la percezione della sorte orribile cui la coppia si avviava. Notò, infatti, che per festeggiare i due fidanzati era stata esposta una tela con lo sposalizio di Giasone e Medea, il matrimonio più sanguinario della storia. Trasalì e ne trasse un triste presagio.
Studiò mediocremente per l’esame di dottorato. Tanto che la sua tesi fu rifiutata e dovette rinunciare al titolo. Si rifece alla meglio nei mesi successivi, presentando un lavoro che gli valse il diploma inferiore, ma pur sempre di prestigio, di Licentiatus juris. Non era questa la prima delusione che dava alla famiglia. Sedicenne, aveva infatti raccomandato al nonno - borgomastro della sua città natale - un giovane per un impiego nell’amministrazione. Il protetto si rivelò però un truffatore e il Nostro fu sospettato di complicità col disonesto. Il dubbio risultò fortunatamente infondato, ma all’incauto fu rimproverata una giovanile superficialità. Di essa dette in seguito larga prova, soprattutto in campo sentimentale.
Il fresco giurista fu in effetti un gagliardo amatore, ma essenzialmente di donne già promesse. Passato a Wetzlar per fare il praticante alla Corte imperiale di Giustizia, si legò ad altri moscardini. In particolare, con un tale Jerusalem che, invaghito di una signora maritata, si tormentava nell’infelicità; e di un giovane avvocato, Kestner, che flirtava con una graziosa provincialotta. Ovviamente, il Nostro si incaponì di costei e, se non ne fosse stato respinto, avrebbe tranquillamente tradito la fiducia dell’amico. Il buco nell’acqua lo spinse ad abbandonare Wetzlar e rientrare in famiglia. Era già di umore nero per l’avventura andata in fumo, quando lo raggiunse la notizia del suicidio di Jerusalem. Precipitò nella cupaggine. Ma la sua vena creativa ne fu eccitata. Scrisse così di getto la triste parabola di un giovanotto sensibile suicida per amore. Una vicenda morbosa che, rimbalzando dalle pagine del libro, seminò nella società dell’epoca più lutti di un’epidemia. Nugoli di adolescenti infatti, imitando il protagonista, si tolsero la vita nei modi più disparati. Perfino al Nostro toccò assistere al recupero di una fanciulla che si era annegata col suo libro infilato nella veste.
Malgrado la traumatica esperienza, il giurista-scrittore continuò negli anni successivi ad amorazzare con donne sposate. Tanto più che, diventato famoso e rispettato, corteggiava a colpo sicuro. Fece talmente il pieno di avventure galanti con dame dell’alta società che, alle soglie dei 40 anni, si accasò con una modesta fioraia e ne ebbe un figlio. Si decise però a sposarla solo vent’anni dopo, quasi che preferisse dare alla relazione, il più a lungo possibile, i connotati della tresca. Ipotesi consona al suo temperamento contraddittorio.
Raggiunse il culmine negli ultimi anni di vita. Il figlio, uomo mediocre che viveva con lui ormai vedovo, aveva sposato Ottilia, una vanesia che lo tradiva con più uomini. La fedifraga esagerò al punto che il marito fuggì di casa andando a morire a Roma. Il Nostro rimase con la nuora cui aveva tenuto bordone negli adulteri. Ottilia contraccambiava la complicità con moine. Solo perché il Nostro aveva superato gli 80, non si malignò che tra loro ci fosse un maneggio. Ma il dubbio è legittimo. Tanto più che il vecchio, in punto di morte, si rivolse alla vedovella in modo equivoco: «Suvvia, donnina, dammi la tua cara zampetta». Furono le sue ultime parole. Tenere o ambigue, fate voi. Resta però il fatto che un secolo dopo, negli anni Trenta del ’900, Charles Du Bos concluse la sua monumentale biografia sul Nostro dicendo: «Sono preoccupato per la salvezza della sua anima».
Chi era?