Giuseppe Rensi oltre la linea della morale

Per quanti tentativi sono stati fatti, i molteplici «fondamenti» del pluralismo etico sono risultati sempre un po’ troppo logicamente vacillanti. Non so se il tentativo di Giuseppe Rensi confluisce in questa direzione. Ma nella Morale come pazzia - pubblicata da Guanda nel 1942 e ora riproposta in una nuova edizione curata da Aniello Montano (Mattia&Fortunato) - la questione dei fondamenti del pluralismo etico viene portata alle sue estreme conseguenze. Ha ragione Aniello Montano quando sostiene che Rensi ha contribuito a sradicare la morale «dal cielo intemporale della pura teoresi». Per radicarla nella concretezza del nostro «fare» quotidiano. Ho il sospetto, però, che non ci troviamo di fronte a un rovesciamento «fondazionale». Che replicherebbe il «delitto» dell’etica normativa - quella metafisica, per intenderci - limitandosi a invertire il segno. Credo che Rensi proceda oltre. Non so dire, però, se quell’«oltre» sia da pensarsi già al di là del cono d’ombra del nichilismo. Oltre la «sua» linea. Già fuori dal suo cuore di tenebra. Oppure sia un «oltre» che sospeso sulla sua linea non intende oltrepassarla, ma tagliarla, approfondirla. Mi pare che è dentro questo kantiano «abisso della ragione» che sprofonda lo scetticismo di Rensi. Perché è solo precipitando nel suo abisso che la ragione può cogliere quelle antinomie dentro le quali è comunque condannata a pensare il mondo. E le nostre infondate e molteplici azioni morali che nel suo orizzonte si esplicano.
Insomma, l’indecidibilità etica - espressa una volta per tutte dal tragico conflitto tra Antigone e Creonte - indica quell’antinomia della ragione dalla quale la ragione non può mai emanciparsi. Perché - osserva Rensi - emanciparsi dal proprio destino è «assurdo». È una «pazzia» pretendere di orientare razionalmente quel «demone» che ci spinge, anzi, ci costringe a compiere un'azione. Giacché il «fare» di quel demone è esso stesso una pazzia. E pretendere di risanare la pazzia della nostra ragione facendo ricorso alla stessa pazzia della ragione, è impossibile: «Per quale ragione - egli si chiede - si compie allora l'azione morale? Perché Giordano Bruno ha salito il rogo? Forse per la semplice pazzia di non voler ritrattare la propria fede? Per quale altra pazzia Socrate a Critone che gli offre la possibilità di una facile fuga risponde negativamente?».
Già: perché? Quale razionalità etica fonda moralmente il «folle» agire di Socrate, il «folle» agire di Giordano Bruno? Non è forse la vita il bene più prezioso, senza la quale nessuna azione virtuosa sarebbe possibile? E non è da ritenere «pazza» quell’azione che per rivendicare la sua moralità rinuncia consapevolmente alla vita? Sì, è proprio la «pazzia» della nostra ragione - dice Rensi - a fornire una spiegazione al nostro contraddittorio fare. È la «pazzia» a fondare la moralità delle nostre singole azioni. Noi non sappiamo perché facciamo un’azione. Cosa ci induce ad agire. Giordano Bruno sa che è una «pazzia» non ritrattare la sua fede. Egli è consapevole che è un’assurdità rinunciare alla vita per salvare la sua convinzione. Eppure non può fare a meno di agire nel modo in cui alla fine ha agito. Perché c’era in lui - c’è in tutti noi - qualcosa di inesplicabile che lo costringeva - che ci costringe - ad agire in un determinato modo piuttosto che in un altro: «In questi casi - osserva Rensi - appare chiaro come l’azione scaturisca dalla presenza di un principio misterioso, del daimonon socratico, cioè di una demoniaca forza interiore, di cui bisogna postulare l'esistenza, se si vuole spiegare perché certi individui in determinate circostanze agiscono da pazzi».
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