Giusti nostalgico: «Le estati (e i polli) non sono più quelli di un tempo»

«Quanto sei bella Roma mia, ma quanto sei cambiata». È il pensiero che cuoce in petto a Max Giusti, romano de Roma che nei suoi spettacoli di cabaret, specie quando archiviata la scaletta recita a braccio pescando nella valigia dei ricordi, rimugina su quanto la città del cupolone abbia modificato i suoi connotati. «Penso alle speculazioni edilizie accettate da tutti e ai quartieri satelliti grandi come città, quelli della Prenestina e della Salaria, con le strade strozzate dal traffico e gli appartamenti troppo piccoli perché una famiglia normale possa viverci». Felice come una Pasqua per essere stato promosso alla guida di Affari tuoi al posto di Flavio Insinna, Giusti ripensa con nostalgia al centro storico. «Ai rioni come Campo de’ Fiori, dove una volta abitavano le famiglie dei fruttivendoli, romani di sette generazioni che lì avevano casa e bottega. Una volta per tutti quella era solo la piazza con la statua di Giordano Bruno, oggi ci abitano i forestieri ricchi, persone snob che si lamentano del chiasso notturno, la cosiddetta movida. Il popolo? Non abita più al centro», sospira l’attore, che con un sorriso strappato ricorda le favolose estati degli anni Settanta: le sue. «Faccio parte di quella generazione cresciuta a pane e gite al Safari Park, ve lo ricordate? Quel parco dov’erano ospitati gli animali della Savana che dopo cinque, sei anni al massimo di permanenza nell’habitat ricreato a Fiumicino si romanizzavano pure loro, s’impigrivano e sbrillentavano al sole. Neanche il leone ruggiva più come nella savana, al massimo rantolava». Altro must dell’estate romana: i matrimoni a Grottaferrata. «Quelli celebrati in pompa magna a fine luglio e 35 gradi che si trasformano in un banchetto infinito. Inizi a mangiare all’una e mezza e prosegui a oltranza. Verso le 19, quando alle donne il rimmel gli cola sulla guancia “effetto Pierrot” e l’uomo si sfoglia come un crisantemo, ecco la visione: ultimo giro d’acqua minerale fredda. Al mercato nero del matrimonio, un bicchier d’acqua gelata a quell’ora vale una fortuna e c’è sempre qualcuno che ci tuffa dentro una fetta di limone unto». Aneddoti che la dicono lunga sulle smagliature create negli ultimi anni tra le generazioni. «Ricordo le visite allo zio che aveva casa in Abruzzo e che, per festeggiare l’ospite, sacrificava il pollo per cena». Altri tempi quelli, ma anche altri polli: ruspanti. «Caspita, mordevano e beccavano con cattiveria, non erano mica i polli di oggi che sembrano drogati: ti vengono incontro barcollando col mazzetto di rosmarino in bocca. Mio zio la sera prima del sacrificio non ci dormiva tutta la notte, la mattina all’alba indossava stivali da pescatore ed elmetto da corazziere, poi scendeva sull’aia col forcone per fare la festa al pollo». I ricordi delle vacanze al mare però rimangono le cartoline più belle. «Erano viaggi organizzati su due piedi, stupendi. La sera prima della partenza mia madre usciva dalla cucina ed entrava in sala da pranzo esclamando: ragazzi domani si va al mare. I ragazzi? Eravamo io e mio nonno. Partenza all’alba: nonno alle sei e mezzo era già in piedi a scaldare la macchina, una Fiat 850 verde con l’impianto a gas e i bomboloni sul portabagagli; da piccolo credevo fosse un residuato bellico. Alle 7 e un quarto eravamo a Fiumicino, che spettacolo. Non c’era niente, il deserto, ma che ricordi». Altri aneddoti del rituale marinaro del secolo scorso? «Trent’anni fa andare al mare significava soprattutto vestirsi da mare; dai quattro ai 14 anni portavamo tutti le stesse scarpe, il sandalo blu coi quattro buchetti, pantaloncini di acrilico, canottiera a costine colorate e cappello con la visiera di plastica. Sul mio c’era scritto “Morso calce e laterizi”. Ne andavo così fiero coi bambini vicini di ombrellone».