La giustizia all’italiana viaggia a due velocità

Incendi e omicidi a parte, naturalmente, una delle notizie più sconcertanti dell’estate è arrivata da Lipari. Dove la magistratura ha dato una prova di efficienza e di rapidità che avrebbe sicuramente meritato il plauso generale se avesse riguardato, per esempio, un piromane colto sul fatto, o in procinto di compierlo. Essa avrebbe attenuato il fallimentare, anzi scandaloso bilancio della legge che istituì sette anni fa il reato di incendio boschivo, e che ha prodotto sinora solo una condanna definitiva. No, ad essere acciuffato, ammanettato, processato per direttissima e tradotto in carcere è stato un povero svitato che di notte, per protesta contro alcuni torti che riteneva di avere ricevuto dalle autorità portuali, aveva rimosso le cime al panfilo dell’industriale Diego Della Valle, autorizzato ad ormeggiare ad una banchina riservata ai traghetti perché ospitava a bordo i coniugi Mastella: lui ministro della Giustizia e lei presidente del Consiglio regionale della Campania.
Ciò che ha fatto quello svitato non è per niente commendevole, ovviamente. Ma, senza voler infierire sull’equipaggio del panfilo, dal quale forse il ricco armatore e i suoi ospiti e amici avrebbero dovuto o potuto attendersi una maggiore vigilanza, non mi sembra neppure tanto commendevole l’insolito e perciò assordante silenzio nel quale il Guardasigilli ha lasciato che la sua amministrazione (peraltro in assenza di seri danni procurati dallo svitato alla nave, ad altri natanti, a persone e animali, se ve n’erano anch’essi a bordo) adottasse procedure e metodi a dir poco inusuali negli uffici giudiziari di questa nostra strampalata Repubblica. Dove, per esempio, non mi risulta che sia stato ancora processato con rito abbreviato Luca Delfino, catturato prima di Ferragosto con le mani e i vestiti ancora sporchi del sangue dell’ex fidanzata appena assassinata per strada a Sanremo.
Conosco personalmente Mastella da quasi quarant’anni. Per quanto mi sia capitato spesso di dissentire da lui, sin da quando, demitiano di ferro, contrastò in nome del rinnovamento, prima di scoprirne e apprezzarne le qualità, l’elezione del povero Aldo Moro a presidente del Consiglio nazionale della Dc, obbligandolo all’imbarazzato passaggio di due votazioni, non ho mai infierito contro l’attuale Guardasigilli perché sempre trattenuto, alla fine, da una certa simpatia umana. L’uomo è scaltro, imprevedibile, spesso disinvolto sul piano politico, come dimostrò nel 1998 saltando dall’alleanza con Silvio Berlusconi a quella con Massimo D’Alema, ma non è cattivo, ve lo assicuro. Quello svitato di Lipari meritava e meriterebbe da lui un aiuto, per il buon nome della giustizia, e non solo del ministro che vi è preposto. E che farebbe un torto alla nostra intelligenza se si riparasse dietro la solita e arcinota autonomia dell’ordine giudiziario.