Giustizia, carceri separate per chi aspetta il processo

Il deputato Pdl Ghedini anticipa la novità contenuta nel progetto
Alfano: strutture più piccole e regime leggero per gli imputati che
devono ancora essere giudicati. "Troppi abusi, custodia cautelare
limitata ai reati gravi"

Roma - Prima la critica: troppi abusi nel carcere preventivo. Poi la proposta: penitenziari ad hoc per i detenuti in attesa di giudizio. Niccolò Ghedini rivela che nella riforma della giustizia che il governo sta studiando ci sarà anche il progetto di un «carcere leggero» per chi deve ancora affrontare il processo, distinto da quello per chi sconta la pena definitiva.

Ai microfoni di Sky Tg24 il parlamentare del Pdl e legale di Silvio Berlusconi critica la magistratura: «Il carcere preventivo - dice - dovrebbe essere sempre l’extrema ratio, purtroppo in Italia se n’è molto abusato in questi anni soprattutto per ottenere una collaborazione forzata da parte di chi è in carcere». Ghedini si basa sulla sua esperienza di penalista per dire che «molto spesso una persona, soprattutto quelli che non sono metabolizzati per finire in carcere come il rapinatore incallito o lo spacciatore di droghe incallito, narra il vero e il falso pur di uscire perché si trova in una situazione di assoluta disperazione». Ecco perché quella del carcere dovrebbe essere «un’ipotesi residuale, soltanto per gravi reati».

L’avvocato-deputato non fa riferimento a fatti di cronaca ma il pensiero va subito alle ultime inchieste giudiziarie che hanno colpito soprattutto amministratori locali del Pd e al caso del sindaco di Pescara, D’Alfonso, arrestato e poi scarcerato con motivazioni che hanno fatto molto discutere. E hanno sollevato forti critiche verso la magistratura anche dal centrosinistra, che invoca «prudenza». Ora che anche il leader Walter Veltroni definisce «gravissimo» l’operato dei pm pescaresi e il ministro ombra della Giustizia Lanfranco Tenaglia propone che per i provvedimenti cautelari decida un organo collegiale, le modifiche elaborate dal Pdl potrebbero ottenere maggiori appoggi. «Se l’obiettivo è rendere più rapidi i processi e tutelare l’autonomia della magistratura - dice Antonello Soro - si può lavorare ad un’intesa tra maggioranza e Pd».

Ghedini, dunque, annuncia «una forte novità voluta dal ministro Alfano e dal ministro Matteoli» per il sistema carcerario. «Oggi nel nostro ordinamento, purtroppo, chi è in attesa di giudizio e chi sconta la pena definitiva stanno nello stesso istituto carcerario. Domani non dovrà più essere così, ci saranno carceri appositamente strutturate per chi è in attesa di giudizio. Istituti di assoluta sicurezza, ma costruiti in maniera modulare con strutture da 200 persone».

Anche Giuliano Vassalli, già ministro della Giustizia e presidente della Corte costituzionale, sottolinea che il codice dell’89 esigeva «cautela» per la custodia cautelare e che nel ’95 c’è stata una riforma per rendere «ancor più rigorose» queste misure. Purtroppo, dice il grande penalista, «non tutti» ne rispettano lo spirito.
Quella riforma la ricorda anche l’Anm, ma la prima reazione alle dichiarazioni di Ghedini è difensiva. «Non si può dire, senza alcun dato certo in mano che in Italia c’è un abuso nel ricorso allo strumento della carcerazione preventiva da parte dei magistrati. Chi lancia queste accuse deve dire anche quando e come ci sarebbero stati gli eccessi», ribatte il presidente Luca Palamara.

Dice che i magistrati sono consapevoli della necessità di agire con «prudenza e responsabilità» per i provvedimenti d’arresto. Il vero problema è quello dei tempi del processo penale e del suo funzionamento «perché è ovvio che l’eccessiva lunghezza dilata i tempi della custodia cautelare». Per questo l’Anm chiede una riforma complessiva del processo». Quanto alle nuove carceri per detenuti in attesa di giudizio, Palamara dice che sarà valutata quando ci sarà un testo. Ma osserva che «già adesso, dove questo è possibile, si fa così, come a Roma, dove i detenuti definitivi sono a Rebibbia, mentre quelli sottoposti a misura di prevenzione sono a Regina Coeli».