La giustizia che non funziona senza intercettazioni

Le domando e mi domando, ma le intercettazioni telefoniche sono di destra o di sinistra? In altre parole, un caso come quello dei «furbetti del quartierino» dell’estate scorsa o come quello del calcio sono degni di un Paese civile o piuttosto tipici di una repubblica delle banane, o peggio degni di uno Stato di polizia come la Bielorussia? Mi spiego meglio. Non mi riferisco infatti ai fatti in sé, che sono già stati oggetto di innumerevoli analisi cartacee e televisive, sino alla noia, con il solito codazzo di opinionisti e soloni vari, bensì alla idea di «civiltà giuridica» ormai dominante nel Paese, che mi lascia assolutamente esterrefatto. Un principio basilare del nostro ordinamento prevede la «presunzione di innocenza», cioè chi è sospettato di un crimine è considerato dalla legge innocente sino a che non vi siano delle prove che ne dimostrano la colpevolezza.
Questa non è una opinione, discutibile o interpretabile secondo i punti di vista o i comodi del momento, è un principio fondante del nostro ordinamento, cioè del nostro modo di vivere, in una parola della nostra civiltà. Punto e basta. Se non fosse così avremmo la legge della giungla, non una democrazia. Oggi in Italia però non è così. D’accordo, Moggi è burino e antipatico, magari gli puzza anche l’alito. Lo stesso si può dire di Giraudo, ma questi qui sono stati fatti fuori sulla base di intercettazioni che da qualche Procura sono finite sul tavolo dei giornali... Chi le ha date ai giornali? Un magistrato? Un collaboratore di un magistrato? Se sì, perché? Un cittadino come può fidarsi di una magistratura che lo intercetta per trovare le prove di un reato eventualmente commesso da un terzo e poi lo sputtana personalmente e professionalmente sui principali quotidiani italiani? Chi paga il conto? Quali sono le regole che presiedono alla possibilità di intercettare i telefoni della gente? Viviamo forse in uno Stato di polizia?
Ultima domanda. L’avrà finalmente capito la sinistra che la scorciatoia giudiziaria alla politica non c’è, non esiste, e se esistesse avrebbe il risultato di creare un mostro, un potere (quello giudiziario) completamente autoreferenziato e fuori da ogni realistica possibilità di controllo da parte dei cittadini. Alla faccia dei poteri forti... Per favore, non ripristiniamo per legge la presunzione di colpevolezza al posto della presunzione d’innocenza, con la scusa di abrogare le leggi ad personam.


Che occasione mancammo, caro amico, quando un certo sinedrio volle far abortire – luglio 1998 - la Bicamerale. E proprio mentre affrontava la riforma della magistratura, ritenuta essenziale da tutte le persone ragionevoli, di destra e di sinistra come attestano le sue considerazioni d’uomo, appunto, di sinistra. Ma parafrasando e nemmeno tanto il buon Biagio Pascal, purtroppo per noi la politica ha delle ragioni che la ragione non intende. E pensare che lo scandalo giuridico (ed economico, si parla di una spesa annua di 38 milioni di euri. Poi i magistrati piangono miseria) delle intercettazioni a gogò – l’Eurispes assicura che tre italiani su quattro hanno avuto una loro telefonata intercettata – potrebbe essere stroncato rendendo più rigorosi ed equilibrati gli articoli 266 e 267 del Codice e contrastando gli abusi del modello 12 (quello per le spese straordinarie di giustizia). Robetta, se non fosse che all’annuncio di quei provvedimenti la magistratura salterebbe su denunciando il vile attacco alla autonomia e indipendenza oltre che al diritto-dovere dell’obbligatorietà della azione penale. La qual cosa non è vera: lo capirebbe anche un bambino che far strame della privatezza dei cittadini poco c’entra con l’amministrazione della giustizia. Ma tant’è il ricatto funziona. E fino a quando seguiteremo a farlo funzionare non ci resta che stare alla larga dal telefono. Usandolo esclusivamente per il classico: «Butta la pasta», incrociando però le dita nel timore che qualche solerte magistrato lo ritenga un messaggio in codice e ci spedisca un avviso di reato.
Paolo Granzotto