LA GIUSTIZIA CHE NON FUNZIONA

Non commette «colpa grave» il magistrato che dichiari fallita un’azienda senza neanche darle la possibilità di difendersi come prevede la legge. Che mandi a ramengo il lavoro di un imprenditore e faccia perdere il posto ai suoi dipendenti con una sentenza emessa in una giornata, con rapidità degna di miglior causa, senza avvisare il malcapitato di quello che gli sta accadendo: e da cui, se lo sapesse, potrebbe agevolmente difendersi. Anche se l’ingiustizia della sentenza è talmente marchiana che quattro anni dopo lo stesso tribunale deve fare marcia indietro, tutto ciò non costituisce una «colpa grave» del giudice, e non dà alcun diritto a chi c’è andato di mezzo di vedersi risarcire dallo Stato neanche un centesimo.
A stabilirlo è stato il tribunale di Trieste, i cui giudici hanno «assolto» i loro colleghi di Verona che avevano precipitosamente dichiarata fallita l’azienda: un piccolo calzaturificio della provincia veneta, la classica aziendina del nordest che sta a galla, tra crisi e miracolo, solo per la buona volontà e la passione di chi ci lavora. E che una mattina d’estate del 2001 si vede crollare il mondo addosso. Francesco Zamboni scopre che un’istanza di fallimento è arrivata al tribunale e che il tribunale l’ha presa per buona, senza neanche accorgersi che la stessa creditrice aveva già provato poco tempo prima con gli stessi argomenti a chiedere il fallimento della stessa ditta, e si era vista dare torto. Se Zamboni avesse saputo dell’udienza, si sarebbe presentato, avrebbe spiegato le sue ragioni, se necessario avrebbe tirato fuori i soldi per accontentare la creditrice. Ma i giudici non gli hanno dato la possibilità di fare nulla di tutto questo. L’udienza si tiene il 20 giugno. Il 20 luglio il tribunale deposita la sentenza di fallimento. Una mattina di agosto Zamboni - che è in fabbrica a lavorare ignaro di tutto - si vede arrivare gli ufficiali giudiziari.
Quello che accade dopo, Zamboni l’ha raccontato in una lettera all’Altro Giornale, il mensile della sua zona: «Mi sono rivolto al mio avvocato ma il tribunale era chiuso per ferie. Abbiamo subito presentato ricorso. Nel frattempo però il fallimento ha seguito tutto il suo iter: il curatore già dall’inizio ha provveduto alla vendita di tutti i beni della mia azienda, licenziato i dipendenti, bloccato le banche delle quali ero garante».
Lo stesso tribunale che in tre mesi e una udienza aveva dichiarato fallita la «Calzaturificio Z Claudia», impiega quattro anni a ritornare sui suoi passi. Il 7 giugno 2005, una nuova sentenza del tribunale di Verona revoca il fallimento della società. Ma di quei quattro anni di fegato amaro e di affari persi, chi ricompenserà Zamboni? Esiste una legge, pensa il piccolo imprenditore, che stabilisce il diritto al risarcimento per i danni derivati da dolo o colpa grave dei giudici: più esattamente, «per violazione di legge determinata da negligenza inescusabile». Ed esiste una norma precisa che dice che nessuno può venire dichiarato fallito senza dargli la possibilità di fare valere le sue ragioni: lo ha stabilito la Corte Costituzionale ben quarant’anni fa, nel 1970. E la Cassazione ha ribadito che questa possibilità deve essere concreta, effettiva, reale. «La società era solvibile, poteva pagare i propri debiti. La sentenza è dipesa solo dalla impossibilità per il debitore di pagare e/o difendersi».
Quale situazione più evidente, pensa Zamboni, di «negligenza inescusabile»? Fa causa allo Stato. Ad esaminare la sua richiesta - in base alla legge - i giudici di un’altra città, quelli di Trieste. Ed è da loro arriva la sentenza che lascia di stucco il povero Zamboni. Dichiarare fallito un cittadino senza avvisarlo non è una follia, scrivono i giudici di Trieste, bensì «una prassi non illegittima». Talmente «non illegittima» che poi il tribunale di Verona se l’era dovuta rimangiare. Ma ormai il danno era fatto.