Giustizia per il cuoco ucciso da 3 zingari

Era intervenuto per calmare i clienti ubriachi che non volevano pagare il conto. Che dire alla vedova e ai figli?

Anche se sono passati cinquanta giorni, anche se il nome suona ignoto alla nostra memoria, la sua morte non può passare nel silenzio. Ci sono fatti della cronaca modesta che restano enormi nelle conseguenze e nei significati. Marcello Costantini aveva solo 54 anni. Aveva una moglie e tre figli. Aveva una vita di onestà e di lavoro alle spalle, aveva una grande voglia e una grande determinazione di ritagliarsi pure un futuro nella tranquillità.

La luce si è spenta un po’ per tutti, alla notizia che il cuoco Marcello proprio non ce l’ha fatta. Dal 30 dicembre galleggiava sperduto e incosciente nel limbo del coma, senza mai un sussulto che lasciasse sperare in un prossimo ritorno. Il suo viaggio era dunque già finito quella stupida e stramaledetta sera di fine anno, nel pub «Millaenya» di Entratico, un paesotto della Bergamasca lungo la statale del Tonale.

Quella sera si era fatta una brutta aria nel locale, come sempre più spesso succede in tanti locali delle nostre metropoli e dell’estrema provincia. Tre giovani nomadi, due fratelli di 31 e 25 anni con un cugino di 23, erano entrati dimostrando di avere bevuto già abbastanza. Seduti a un tavolo, avevano mangiato e ancora bevuto, oltrepassando definitivamente i limiti di guardia. Così, quando si erano alzati, lo loro mente abbagliata aveva suggerito di non pagare il conto. Poi si sa come questa strana atmosfera possa velocemente degenerare in un’orrenda tragedia: era nata una discussione con il titolare, i tre nomadi avevano cominciato a farsi minacciosi, ecco così comparire l’innocente vittima predestinata di tante risse, proprio lui, il cuoco Marcello, padre di famiglia, marito devoto, gran lavoratore e nessuna voglia di grane. Con toni civili, aveva cercato di riportare la calma, sforzandosi di far ragionare gente che la ragione non sa mai o non sa più cosa sia. Forse i tre clienti speciali aspettavano soltanto questo, forse semplicemente avevano agito in automatico, ma il povero cuoco era caduto sbattendo la testa a peso morto. Bagliore fulmineo, black-out totale, coma irreversibile. Cinquanta giorni dopo, il passo finale.

Che si può dire adesso alla vedova e agli orfani, dopo un calvario così improvviso e così ingiusto? I carabinieri hanno cercato di rispondere a modo loro: un paio di settimane dopo quel 30 dicembre avevano già preso i tre giovani, pescati nel campo nomadi di Trescore, pochissimi chilometri da Entratico, risalendo alla loro auto. Casualmente, tutti e tre italiani.

Adesso ai carabinieri non resta molto da fare. Adesso tocca ai giudici. Certo una giustizia severa non riporterà a casa sua, alla sua vita onorata di cose semplice e faticosamente conquistate, il marito e il padre di famiglia così stupidamente ucciso dai tre nomadi. Ma è da molto tempo ormai che gli italiani perbene si dichiarano stanchi di subire lutto stupido e gratuito ad alto tasso alcolico: sono soprattutto gli italiani che nel mezzo della loro modesta e civilissima esistenza vengono avvertiti di un figlio falciato alla fermata del bus, o di un marito falciato alle spalle durante una gita in bici, o di una moglie stuprata appena scesa dalla metropolitana.

A tutta questa gente, distrutta per sempre, la nostra giustizia risponde solitamente con uno straordinario senso di umanità e di comprensione nei confronti dei colpevoli. Tutte le loro garanzie e i loro diritti vengono scrupolosamente tutelati. Non sempre, non del tutto, quelli delle vittime.

Già i tre nomadi hanno dichiarato d’essere pentiti, di non aver pensato minimamente a simili conseguenze. Lo sappiamo bene, non volevano fare del male a nessuno. Lo sappiamo bene, perchè suona già sentita e risentita, che non erano responsabili dei propri atti per via dell’alcol.

Così, mentre il cuoco Marcello e la sua famiglia pagano tutto per tutti, la giustizia muove la prima mossa: c’è il morto, l’accusa passa da «lesioni personali» a «omicidio preterintenzionale». Praticamente una disgrazia non voluta, non cercata. Un buon avvocato farà il resto. Con convinzione dimostrerà nei fatti che nessuno voleva uccidere nessuno, quella sera. Non è da escludere che alla fine, dopo anni di processi e appelli, la morte del valoroso cuoco Marcello risulti accidentale. Dannazione, una tragica fatalità. Cose che succedono. Certo, proprio così.