Giustizia e doppi incarichi: dal Cav segnali di pace a Fini

Domani il premier torna a Roma per dettare ai suoi la strategia della
distensione. Bossi: "Per Gianfranco ultima chance, poi il voto"

Roma Togliere il più possibile pretesti ai finiani per continuare nella loro strategia del Vietnam, frenare chi, nel Pdl, brama per un repulisti dei futuristi e responsabilizzare maggiormente la Lega sulla tenuta della maggioranza. Se ci sono i numeri per andare avanti bene. Sennò sarà crisi. Ma in quel caso la responsabilità sarà dei finiani e anche un po’ del Carroccio. Questa la linea del premier, intenzionato ad andare avanti con la stessa maggioranza voluta dagli elettori, e a coinvolgere Bossi nella gestione della patata bollente Fini, che proprio ieri, in serata, ha ammesso di aver dato «una seconda e ultima possibilità» al presidente della Camera. «Altrimenti si va alle urne - ha aggiunto - e in quel caso chi volete che lo voti...».
Negli ultimi giorni di riposo, visto che domani o addirittura già oggi il Cavaliere potrebbe tornare a Roma per poi incontrare il leader libico Gheddafi, si mandano segnali distensivi nei confronti degli scissionisti. Il primo sul tema che si preannuncia rovente alla ripresa dei lavori parlamentari: il pacchetto giustizia. A questo proposito non è casuale l’apertura del Guardasigilli ai magistrati con la promessa di fondi straordinari per migliorare l’efficienza della macchina giudiziaria. Apertura che però non ha convinto il sindacato delle toghe, subito arroccato su posizioni di un intransigente «no». Ma il messaggio di Alfano era anche e soprattutto politico ed era rivolto ai finiani. Non è un mistero, infatti, che il presidente della Camera abbia posto come condicio sine qua non per l’approvazione del processo breve maggiori risorse alle procure e un atteggiamento più morbido nei confronti delle toghe.
Basterà questo per rabbonire la fronda? Forse non sarà sufficiente per accontentare gli ultras alla Briguglio o alla Granata ma senza dubbio piacerà alle colombe Moffa, Menia, Urso e altri. Vero è che, volendo, i finiani potrebbero eccepire altre questioni sul provvedimento ma, in questo frangente, è meglio non offrire pretesti per un atteggiamento muscolare dei frondisti. Berlusconi confida nell’opera dei tanti dialoganti nelle file dei futuristi (Moffa in testa) e anche nell’opera di mediazione attivata dal Carroccio ma senza voler cedere di un millimetro nel merito del programma, su cui chiederà la fiducia. Intanto la Lega s’è già attivata per rendere malleabile il presidente della Camera e, timorosa di intoppi anche sul fronte del federalismo, spera nei buoni uffici del proprio ambasciatore Cota. «Fini è un interlocutore importante, Calderoli e Cota hanno sempre mantenuto buoni rapporti con lui - apriva il capogruppo del Carroccio alla Camera Marco Reguzzoni -. Il nostro obiettivo è proseguire l’azione di governo per realizzare le riforme». Gli fa eco il ministro Giulio Tremonti («Stiamo facendo bene, la gente non vuole nuove elezioni»). Insomma, se si vuole il dialogo ben venga, altrimenti sarà black out.
Ma ora è il momento che si alzino in volo le colombe. Altro segnale è l’accantonamento della questione relativa agli incarichi di partito. Certo, il Cavaliere ritiene anomalo che chi ha seguito il presidente della Camera continui ad avere un ruolo dirigenziale nel Pdl. Ma anche in questo caso sarebbe meglio soprassedere per un po’ e aspettare le prossime mosse dell’avversario. Almeno fino a domenica prossima, quando Fini parlerà alla festa di Mirabello. Se si dovesse scorgere la volontà di fondare un nuovo partito allora la questione tornerebbe prepotentemente in cima all’agenda. Anche il capo dei deputati pidiellini Fabrizio Cicchitto ieri derubricava la faccenda a caso tecnico: «Il problema pregiudiziale è quello politico: verificare se esistono le convergenze politiche che consentano di tenere in piedi il governo».