La Giustizia ha un esercito «a riposo»

da Roma

«Cancellare» i rifiuti? Magari. Sarà per una letterale interpretazione del termine, sarà perché Palermo ha il mare e Roma no. Fatto sta che una garbata signora in forza al Tribunale romano come «cancelliera» dal primo gennaio 2006 ha ottenuto dal Csm di essere «comandata» all’Agenzia regionale per i rifiuti e le acque di Palermo. A far che, non si sa. Però ha fatto sapere di trovarsi talmente a proprio agio, che il suo distacco si appresta in questi giorni finalmente a diventare definitivo. Tutto è bene quel che finisce bene.
Però che dire di quell’altra «cancelliera» che dal 1999 lavora al Centro nazionale per l’informatica nella Pubblica amministrazione? E di quell’altra comandata all’«Unità strategica per la comunicazione sull’attività del governo»? Di quello assunto a Roma ma riuscito a farsi «distaccare» al Tribunale di Messina? O di quello che preferisce lavorare a Camerino? Dell’impiegato che presta la sua preziosa opera al ministero dell’Ambiente, di quello che si occupa addirittura di Salute, di quell’altro che sta ai Trasporti, di quell’ausiliario «comandato» al ministero del Commercio internazionale? Questo per non parlare degli oltre 350 giudici italiani messi «fuori ruolo», per le cosiddette attività «extragiudiziali», ormai stabilmente in forza ai ministeri, al Quirinale, alla Corte europea dei diritti dell’uomo, all’Eurojust, al Garante per la concorrenza. Ce n’è persino uno che cura il «collegamento» al ministero della Giustizia spagnolo. Facendo evidentemente spola tra Roma e Madrid. Olè.
Altro che fuga di cervelli e di braccia. Andando a sbirciare nella crisi di organici accusata dal Tribunale di Roma, si scopre che soltanto i fessi restano al loro posto, e i «cervelloni» riescono ad avvicinarsi a casa, ai parenti, a fare lavori più gratificanti o soltanto meno pesanti. Di sicuro molto meglio retribuiti, prestigiosi, dove si corrono molti meno rischi. Non si può dare torto al presidente del Tribunale romano, Paolo De Fiore, quando lamenta l’emorragia continua, che si accentua durante i cambi di legislatura, e che lascia sedie e scrivanie vuote laddove ce ne sarebbe bisogno. «È assurdo: se scegli di fare il magistrato, lo devi fare. Se entri a Roma per fare il cancelliere o l’ausiliario, ci devi restare. Magari trovi di meglio, va bene. Imbocca pure la strada nuova, ma consenti ad altri di imboccare la vecchia...». Invece no. Csm compiacente, l’inventiva italiana consente a chi ha gli «agganci giusti» di tenere due piedi in due staffe. E mantenerli per anni, senza che possano essere rimpiazzati.
Ogni giorno nell’ufficio del presidente del Tribunale romano entra qualcuno dei 1.278 dipendenti (ora non più tanti) o dei 383 giudici togati per chiedere il sospirato «distacco». L’altro giorno un dipendente ha informato che andrà a fare il vicedirettore della Scuola di formazione degli enti locali. Mentre un magistrato, in virtù della sua bravura, è stato richiesto in forze al Csm per scrivere le motivazioni delle proposte di trasferimento. Si crea anche qualche notevole imbarazzo, perché dire di no non fa piacere a nessuno. Specie poi se il parere negativo non viene tenuto in nessun conto dal Csm, che dispone ormai pressoché «in automatico» comandi, applicazioni, distacchi e fuori ruolo, vale a dire le fattispecie tecniche che hanno un solo significato: addio rogne e frustrazioni, benvenute possibilità di crescita, magari all’estero.
I dati complessivi del Tribunale romano dimostrano come sia difficile oliare una macchina giudiziaria già spesso ingrippata. Dei dipendenti del Tribunale in organico, 178 hanno il part-time e 94 sono «distaccati». Dei 383 giudici togati (tra penale e civile) al lavoro sono soltanto 335. E anche tra i giudici onorari non va meglio: dei 187 in pianta, in servizio ce ne sono soltanto 89. In questa situazione, non meraviglia se delle tredici sezioni civili soltanto cinque abbiano il presidente. E delle dieci penali, tre siano senza. Chiaro che la durata dei processi ne risenta, come se non bastassero i naturali accidenti della vita: malattie, trasferimenti, ricusazioni. Quando cambia un giudice, le norme prevedono che tutto debba ricominciare daccapo. Basterebbe far sì che non tutti gli atti processuali vengano rinnovati, bensì solo quelli più importanti, come suggerisce il presidente De Fiore. Ma i piccoli aggiustamenti, si sa, spesso sono più difficili da fare delle grandi riforme.