Giustizia, le intercettazioni? Incastrano solo i poveri

Pavia, assolto ex assessore Pdl. Si è salvato arruolando periti che hanno scoperto errori di trascrizione

Milano Strafalcioni, messi nero su bianco dai periti del tribunale, per dimostrare che anche a Pavia la ’ndrangheta allunga le sue mani sulla politica. Peccato che le intercettazioni telefoniche portate in aula contro Pietro Trivi, assessore al Commercio della giunta pavese di centrodestra, una volta riascoltate con cura dai difensori e poi dai giudici, dicessero tutt’altro. E così l’assoluzione con formula piena di Trivi e del medico Carlo Chiriaco, disposta il 12 ottobre scorso dal tribunale di Pavia, si traduce in un atto d’accusa contro il sistema degli «ascolti» telefonici, perché racconta che ad una intercettazione si può far dire tutto e il contrario di tutto.

E solo una difesa fornita di grandi mezzi economici è in grado di far emergere la verità.
Il nome di Pietro Trivi finì su tutti i giornali il 14 luglio 2010, dopo la conferenza stampa che aveva annunciato la più vasta retata mai eseguita contro colonnelli e gregari delle cosche calabresi in Lombardia, coordinata dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini. Della micidiale potenza della ’ndrangheta e della sua capacità di permeare anche la vita politica al nord, Trivi era indicato come l’esempio vivente: era stato eletto, si diceva, con i voti comprati da un sindacalista Uil attraverso Carlo Chiriaco, dirigente dell’Asl di Pavia nonché, secondo la Procura, boss indiscusso del clan reggini in Lombardia.

La Lega aveva chiesto e ottenuto le dimissioni immediate dell’assessore «colluso». E la Procura aveva chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio di Trivi e di Chiriaco per il reato di corruzione elettorale. Prova decisiva, una intercettazione tra Trivi e Chiriaco in cui si parla del pagamento di 2mila euro: una della sconfinata massa di conversazioni intercettate (il conto totale parla di 25mila ore di telefonate e di 21mila di conversazioni ambientali).
Quando Trivi e Chiriaco arrivano in aula, i giudici del tribunale di Pavia decidono di fare trascrivere da un perito l’intera conversazione incriminata.

E qui arriva la botta che sembra non lasciare all’assessore via di scampo: saltano fuori altri due brandelli che sembrano incastrarlo. «Rischiamo un po’ troppo», dice Trivi a Chiriaco, e sembra quasi una ammissione di colpevolezza. Anche perché poi Chiriaco dice al consigliere comunale Dante Labate: «Ho comprato i due voti». Ma l’imputato Trivi insorge. Perché quelle telefonate le ha ascoltate e riascoltate. E, secondo lui, dicono tutt’altro. Il suo avvocato Massimo Pellicciotta nomina un consulente che riascolta e ritrascrive. Il senso delle due conversazioni cambia radicalmente. «Ho comprato i due voti» sarebbe in realtà «ho contato i suoi voti». «Rischiamo troppo» è addirittura «adesso chiamo Luca Tronconi». I giudici a quel punto ascoltano personalmente le conversazioni in aula, le analizzano, ne studiano il contesto. E si convincono indubitabilmente che ha ragione la difesa. Il perito del tribunale, quello che avrebbe dovuto ascoltare e trascrivere al di sopra delle parti, in piena neutralità, ha trascritto frasi mai pronunciate.

È uno svarione che non riguarda la Procura, che quelle parti di conversazione non le aveva neanche prodotte in giudizio. Mentre riguarda la Procura e i suoi investigatori un altro passaggio sferzante delle motivazioni della sentenza di assoluzione: si scopre che il sindacalista Galeppi non avrebbe mai potuto vendere il suo voto a Chiriaco a Trivi per il semplice motivo che non votava a Pavia ma in un altro comune, San Martino.

Scrivono i giudici: «È difficile spiegarsi perché sia stata porta a giudizio un’accusa che per metà è più che infondata, è inesistente. Ed è sorprendente scoprire che non furono fatti accertamenti immediati per verificare la qualità di elettore di Cosimo Galeppi». Impietosamente, i giudici trascrivono l’interrogatorio in aula dell’ufficiale incaricato delle indagini. «Voi avete verificato se Galeppi Cosimo è elettore alle comunali di Pavia?» «Sì, di fatto non abbiamo verificato questa cosa, di fatto penso sia residente a Pavia» «Non è residente a Pavia». E il carabiniere, incredulo: «No?».