Giustizia lampo: Calderoli indagato per la maglietta

La sinistra contesta ancora Mimun per aver mandato in onda la trasmissione con l’esponente leghista. Anche il direttore del Tg1 rischia l’incriminazione

Marianna Bartoccelli

da Roma

È proprio una ciliegina sulla torta quella che la Procura di Roma si affretta a mettere sulla testa del ministro, ormai ex, Roberto Calderoli. Con l’accusa di vilipendio della religione, Calderoli è stato iscritto nel registro degli indagati. Il reato sarebbe stato consumato durante il programma di Clemente Mimun, Dopo Tg1, quando ha tentato di far vedere la vignetta contro Maometto disegnata sulla t-shirt sotto la camicia. La procura vuole anche accertare se il programma è andato in diretta o no. In questo caso potrebbe essere incriminato anche il giornalista responsabile del programma.
La punizione prevista è soltanto un’ammenda che va da 1.000 a 5.000 euro, grazie alla recente recente legge sui reati di opinione approvata il 25 gennaio ma non ancora pubblicata sulla Gazzetta della Repubblica. Una battaglia proprio della Lega Nord, vinta sul filo della fine legislatura. L’inchiesta della Procura di Roma è stata aperta autonomamente ma finirà per tenere conto anche delle denunzie fatte in questi giorni contro lo stesso Calderoli dalla Federconsumatori e dal docente universitario e penalista Tommaso Mancini. Quest’ultimo non si è limitato a sporgere denunzia per vilipendio della religione, ma per il reato di «atti ostili verso uno Stato estero che espongono lo Stato italiano al pericolo di guerra». Reato che prevede una pena dai 3 ai 12 anni.
A questi esposti e all’inchiesta d’ufficio non poteva non aggiungersi l’esposto di Adel Smith, il presidente dell’Unione musulmani d’Italia (quello delle denunce contro il crocifisso nelle scuole). Smith ha querelato l’ex ministro non solo per «avere offeso la religione islamica» ma anche per «aver incitato all’odio tra religioni con le aggravanti del nesso teologico e di aver agito nell’esercizio delle funzioni di pubblico ufficiale».
Il caso Mimun. La Procura di Roma sta valutando inoltre la posizione del direttore del Tg1, Clemente Mimun, che intervistò Calderoli durante Dopo Tg1. Il procuratore Giovanni Ferrara e il pm Roberto Cucchiari intendono formalmente verificare se la trasmissione era o meno registrata e quindi appurare l'esistenza di eventuali responsabilità in concorso con Calderoli.
L’ormai famosa, e non solo in Italia purtroppo, intervista all’ex ministro Calderoli del direttore del Tg 1 è anche al centro delle polemiche sulla Rai. «L'intervista a Calderoli poteva e doveva essere gestita diversamente», è l’accusa di Paolo Serventi Longhi, il segretario nazionale del sindacato dei giornalisti. Che sostiene la necessità di una sorta di censura «per evitare frasi, dichiarazioni, atteggiamenti e comportamenti che non hanno nulla a che vedere con l'informazione e che rischiano di determinare reazioni come quella che abbiamo visto, tra l’altro, a Bengasi». Così anche il comitato di redazione del Tg1, pur sottolineando come proprio Mimun si sia opposto a che Calderoli mostrasse la sua maglietta, ha però stigmatizzato che alle affermazioni dell’ex ministro non sia seguita alcuna replica che prendeva le distanze da quei concetti e accusa la direzione del Tg1 di non aver avuto «adeguata prontezza nel dar conto ai telespettatori delle 20 di sabato della tragedia di Bengasi per altro originata, per comune interpretazione, dalla intervista a Dopo Tg1 al ministro Calderoli».
Le accuse «di combine con Calderoli» sono state respinte dal direttore Mimun, che con una lettera al direttore generale della Rai, Alfredo Meocci, rifiuta anche le tesi di Prodi che in un intervento su Repubblica, parla di «leggerezza rispetto alla diffusione dell'intervista».
A fianco di Mimun si schiera Sandro Curzi, consigliere Rai di sinistra, che sostiene che «l’opportunità di mandare in onda un programma non può essere valutata, a priori o a posteriori, da un magistrato» e si considera molto preoccupato «quando si rischia di confondere, mischiare e fare tutto un calderone di tipo giudiziario delle opinioni politiche, anche le più esecrabili, della libertà di espressione, della libertà di informazione e dell'autonomia professionale dei giornalisti».