Giustizia lampo, la lezione dell'Austria

Proviamo a immaginare che cosa sarebbe successo se Josef Fritzl, il «mostro» di Amstetten, si fosse chiamato Giuseppe Frizzi e se i suoi orrori, anziché in Austria, li avesse consumati in Italia. Dopo l’iniziale e unanime indignazione, l’inchiesta si sarebbe rapidamente trasferita dalle aule di giustizia agli studi tv dei più seguiti talk show. Qui, in nome della par condicio, accanto ai colpevolisti avrebbero trovato posto anche gli innocentisti: e siccome in un caso del genere cercare di dimostrare l’innocenza dell’imputato sarebbe stato arduo perfino in Italia, l’innocentista sarebbe stato sostituito da un paio di figure comunque molto diffuse tra noi.

La prima è quella del complottista, il quale avrebbe sostenuto che, indizi alla mano, la vicenda non era poi così chiara: siamo sicuri che Fritzl-Frizzi abbia agito da solo? E i vicini, possibile che non si siano accorti di niente? Insomma, che cosa c’è «dietro»? Alla fine sarebbe spuntata l’ombra dei servizi segreti. Seconda figura schierata in opposizione ai colpevolisti sarebbe stata quella del garantista: occhio, avrebbe detto, ad assecondare la sete di giustizia sommaria che viene dal popolo; ogni imputato va considerato innocente fino alla Cassazione; niente foto del presunto mostro sui giornali; e poi la ragazza era maggiorenne e, Codice alla mano, potrebbe essere considerata consenziente.

In soccorso dei garantisti sarebbero presto intervenuti «Nessuno tocchi Caino» e forse qualche ultrà pro life che avrebbe sostenuto che, in fondo, il «mostro» aveva messo al mondo dei figli. Non sarebbe mancato neppure qualche psichiatra con ciuffo ribelle e maglione per cercare di «capire le ragioni» di Fritzl-Frizzi: «Se qualcuno gli avesse chiesto qualche volta “come stai?” non sarebbe diventato così.

È una vittima della nostra indifferenza, non abbiamo saputo ascoltarlo». Parallelamente, la macchina della giustizia si sarebbe arenata tra perizie e contro-perizie, pm e gup, tribunali del riesame e incidenti probatori. Quando finalmente, dopo alcuni anni, si sarebbe aperto il processo, alla prima udienza i difensori lo avrebbero bloccato con le cosiddette «eccezioni procedurali», che non si capisce perché si chiamino eccezioni visto che sono diventate una regola. Morale: tra una balla e l’altra, la sentenza definitiva sarebbe arrivata dopo una decina di anni, con il «mostro» presumibilmente già al cimitero.

Quattro giorni: tanto è durato invece il processo nel piccolo tribunale austriaco di St. Pölten, che ieri ha condannato Fritzl all’ergastolo. Siccome tutto il mondo è Paese, e ciascuno critica i suoi, ieri il premio Nobel Elfriede Jelinek, austriaca, ha detto che da loro si «vuol tenere tutto nascosto», e forse tanta rapidità è anche un modo per spegnere i riflettori su tanto orrore. A noi però resta l’impressione di una lezione di efficienza e civiltà.