Giustizia lenta, non lo pagano Imprenditore si toglie la vita

Cesare Pavese, mentre era al confino nel 1935, scriveva: «Ai nostri tempi il suicidio è un modo di sparire, viene commesso timidamente, silenziosamente, schiacciatamente. Non è più un agire, è un patire». Ancora oggi però ci sono Uomini, imprenditori, che, dopo aver creato onestamente lavoro e benessere per tutta la vita, ad un certo punto decidono (...)
(...) che basta così, salutano i figli e, timidamente, silenziosamente, abbracciano la fredda acqua di un canale per venire ripescati senza vita. È capitato a Sergio Santo Merlo, di 71 anni, stimato titolare della Emmevi di Caerano San Marco (Treviso), un calzaturificio che da quarant’anni produceva scarpe e doposci di qualità, ostinandosi a rimanere in Italia senza «delocalizzare» come tanti suoi concorrenti. La scelta non ha pagato: la competizione dei produttori orientali e la frustrazione per non riuscire a recuperare crediti per un milione di euro lo hanno vinto. L’umiliazione provata di dover chiudere il frutto di una vita di lavoro portando i libri in tribunale e la malattia della moglie hanno fatto il resto; così, questo modello di imprenditore se ne è andato senza dare fastidio, timidamente appunto, nel silenzio dei media che considerano assai più importante dare attenzione e telecamere ad una pm che ci tiene a precisare le virgole di una sua relazione sul trattamento in questura di una cubista.
Dai tempi di Cesare Pavese il secolo è cambiato, le dittature hanno lasciato il passo al loro opposto, a una sorta di anarchia economica e giudiziaria che premia chi produce senza regole e chi getta le fatture nel cestino certo di anni di impunità, ma per molti quel «patire» che spinge al gesto estremo non è differente. Solo nel Trevigiano e nel Padovano, in quelle stesse zone vicine a dove ha beffardamente infierito l’alluvione, la lista dei suicidi negli ultimi anni si è fatta intollerabilmente lunga, nomi sconosciuti ai più, come Walter Ongaro, Paolo Trivellin, Corrado Ossana e molti altri che hanno preferito la morte all’umiliazione di dover chiudere o licenziare i propri dipendenti. Certo, la crisi è stata severa e di sicuro ha colpito più dove si produce rispetto alle aree dove si vive di impiego statale e assistenzialismo, tuttavia fin qui siamo nel mondo dell’inevitabile: uno scompenso mondiale come quello che ha colpito l’economia degli ultimi anni non poteva certo essere del tutto eluso, specialmente in uno Stato con le casse vuote come l’Italia, che anzi ha contenuto abbastanza bene l’ondata, grazie anche al miliardo di ore di cassa integrazione approvate dall’inizio dell’anno. Quello che potrebbe invece essere evitato è l’accanirsi dell’euroburocrazia sulla produzione che impone adempimenti assurdi per imprese di piccole dimensioni come quelle del Nord, l’inflessibile richiesta delle tasse anche in presenza di situazioni di oggettiva difficoltà e anche in mancanza di profitti (come succede con l’anticipo dell’Iva sulle fatture) e soprattutto la paralisi del sistema giudiziario che si traduce ormai nella cronica impossibilità di ottenere il saldo dei propri crediti. Quest’ultimo aspetto poi è particolarmente odioso perché allarga la forbice fra l’onesto ed il furbo a tutto vantaggio di quest’ultimo. A chi non è capitato di vedersi ridere in faccia da chi ci doveva del denaro accompagnato dalla beffarda sfida a fargli causa, ben sapendo che il tutto si sarebbe risolto dopo un numero di anni e di fastidi troppo alto per servire a qualcosa? Anche Shakespeare, facendo riflettere Amleto sul suicidio, citava l’intollerabilità delle beffe che il merito paziente riceve dai mediocri, gli indugi della legge e la tracotanza dei pubblici ufficiali. Da allora sono passati quattro secoli, il “merito paziente” continua a morire così come sparisce chi di volta in volta prova a toccare il sistema giudiziario italiano, difeso strumentalmente come se stessimo parlando di un modello perfetto. Così perfetto che Sergio Santo Merlo è stato costretto a cercare il suo milione di euro di crediti in fondo ad un canale.
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