Giustizia lumaca. Mettiamo manager a capo delle Corti

di Matteo Mion

Mi è da poco arrivata sul tavolo l’ordinanza del tribunale di Rieti conseguente a una domanda giudiziale di risarcimento danni da responsabilità medica: «Il Giudice rilevato che il ricorrente ha prodotto, a presidio delle allegazioni per cui è domanda, un supporto informatico tipo cd-rom contenente documentazione medica di riferimento, invita la parte ad integrare la prova mediante produzione della documentazione cartacea e rinvia per provvedere all’instaurazione del contraddittorio al 30.12.09». L’attempato e contorto lessico giuridichese e il contenuto del provvedimento fotografano esattamente lo stato arcaico della nostra giustizia. Infatti, come affermato recentemente dal ministro Brunetta «l’organizzazione dei nostri tribunali è pre-industriale, contadina». Non posso poi nascondere la personale meraviglia nell’udire le affermazioni del dottor Davigo secondo il quale i giudici italiani hanno la più alta produttività di sentenze. «Io lavoro moltissimo» tuonava in tv il procuratore ed è difficile dargli torto: è, infatti, notorio che la procura meneghina, dove Davigo ha lavorato per anni prima di approdare a Roma alla Corte di cassazione, lavori anche di notte per permettere a Silvio Berlusconi di non governare. Tralasciando, però, l’eccezione stakanovista degli inquirenti rossi di Milano, ho riportato il provvedimento del giudice laziale perché i lettori comprendano qual è invece la giustizia di tutti e non quella zelante e battagliera che persegue il presidente del Consiglio.
Gli studi legali compiono sforzi anche economici importanti per trasformare in formato elettronico i fascicoli, sempre più gli operatori del settore si uniformano alla civiltà tecnologica. Del resto, l’informatizzazione è un indirizzo collettivo che giova alla speditezza di tutti i procedimenti. Il ministro della Funzione pubblica ha annunciato che da dicembre le cartelle cliniche dei pazienti ospedalieri saranno archiviate in forma elettronica: la civiltà di internet sta facendo ingresso in modo definitivo nel nostro Paese sotto la spinta legislativa del governo Berlusconi. La giustizia invece rimane ferma all’età della pietra. Le cartelle cliniche informatizzate rilasciate dall’ospedale non vengono accettate a duecento metri di distanza dal tribunale della stessa città. E il magistrato, fermamente ancorato a dogmi paleozoici, rinvia l’udienza di un paio di mesi. I cancellieri sono ancora schiavi di timbri pulciosi, notifiche e validazioni obsolete. Un grado di processo civile telematico potrebbe durare mezza giornata e invece pende per qualcosa meno di una decina d’anni. Anche la migliore delle riforme non muterà un sistema giudiziario patologico perché il menefreghismo non è abrogabile per legge. L’unica speranza è che i tribunali vengano diretti da manager aziendali che facciano scendere dal piedistallo i messia in toga e mettano la giustizia al servizio del cittadino e non viceversa. Le direzioni di importanti strutture sanitarie vengono spesso affidate alle cure di amministratori capaci che mettono nelle condizioni gli enti ospedalieri di erogare prestazioni sanitarie secondo protocolli standardizzati di efficienza, mentre l’organizzazione delle nostre corti è ferma nelle mani inermi di chi da cinquant’anni manifesta la propria incapacità.
La giustizia va informatizzata subito e la direzione organizzativa dei tribunali affidata a manager in grado di introdurre principi di efficienza. L’alternativa è quella di ascoltare per altri cinquant’anni Davigo e Palamara, il presidente dell’Anm, affermare che loro sono i migliori nonostante tutto, mentre noi avvocati facchini trasferiamo a mano la documentazione cartacea da una parte all’altra della penisola quando basterebbe un clic!