Giustizia lumaca Per un processo civile servono 1183 giorni

È l’ora di scelte coraggiose e immediate, non più rinviabili. «Dalla retorica della chiacchiere è arrivato il momento di passare alla concretezza dei fatti». È l’esortazione del presidente Santacroce per cercare di far funzionare la giustizia, perché «dal corretto funzionamento di questo servizio si misura la serietà di un paese».
La macchina della giustizia, invece, continua ad essere ingolfata e la durata dei processi eccessiva. «Occorre um sussulto di orgoglio e di efficienza da parte dei giudici - sostiene il magistrato - per invertire la tendenza ad allungare i tempi delle decisioni ed evitare l’assuefazione ad uno stato di cose che rischia di compromettere alla radice ogni sforzo di rinnovamento». È importante, per il presidente della Corte d’Appello, restituire ai cittadini «la fiducia nelle istituzioni giudiziarie». «Rendere prontamente giustizia - dice - è indispensabile nell’interesse dei cittadini che aspettano dalla giustizia un segno tangibile di giustizia».
È la giustizia civile la più «malconcia». Una crisi così profonda, la sua, che ha fatto parlare qualcuno di «morte del processo civile». «Una morte - spiega Santacroce - dovuta all’eccesso di domande giudiziali rispetto alle reali capacità di risposta, ai tempi infiniti per ottenere una decisione, al sovraccarico dei giudici». Tra giudice di pace, Tribunale e sezioni distaccate si è passati dai 1.030 giorni necessari nel 2005-2006 per definire una causa ai 1.183 del 2007-2008. In appello le cose non migliorano: si va dai 1.060 giorni del 2005-2006 ai 1.255 del 2007-2008.
Nota dolente è quella dei procedimenti prescritti: 5.770 in un anno. «Il fenomeno - denuncia il magistrato - ha assunto le dimensioni di una grave patologia». C’è poi il capitolo riservato agli avvocati, anzi all’esercito degli avvocati romani: 21mila (contro i 44mila dell’intera Francia), alle cui spalle preme un altro esercito, quello dei praticanti (solo a Roma 5.182). E il capitolo sulle intercettazioni. Santacroce respinge ogni drastica riduzione dei reati per i quali potranno in futuro essere consentite. Della stessa idea il procuratore generale della Corte d’Appello Salvatore Vecchione, che nella sua relazione definisce «anacronistiche le incertezze sull’utilizzo del mezzo di prova delle intercettazioni» per certi reati, come la corruzione.