La giustizia nella discarica

C’è un’eruzione del Vesuvio, a Napoli, con la gente che fugge e i magistrati che la multano per eccesso di velocità: poi, però, mentre la lava sta per ingoiare tutto, ecco che i magistrati raccontano che fanno soltanto il loro lavoro, del resto c’è l’obbligatorietà dell’azione penale. Non fosse chiaro, la lava è quella spazzatura che rischia di trasformare Napoli in una tragedia planetaria.
Sicché, la spazzatura, verrebbe voglia di scaricarla a casa loro, nei loro uffici notoriamente pigri. Ora dicono: ma c'è l'obbligatorietà dell’azione penale. Come a dire che procedimenti e provvedimenti abbiano tempi fatali, preordinati, senza corsie di sorpasso, senza pratiche che passino da sotto a sopra la pila. Ed è da ridergli in faccia, perché ormai lo sanno tutti che gli ordini d’arresto a Napoli erano appoggiati sulla scrivania da fine gennaio: quattro mesi abbondanti per ponderare, valutare, soppesare, sino a decidere infine di spiccarli proprio nel giorno in cui lo Stato rimuoveva le barricate di Chiaiano, proprio il giorno seguente alle sollecitazioni del capo dello Stato affinché ogni ostacolo fosse rimosso, nel giorno in cui non c’era istituzione o parte sociale che non fosse ormai convergente nel voler affrontare, subito, un’emergenza pericolosa. Mancavano all'appello i magistrati: e non dite che la decapitazione del Commissariato per l'emergenza rifiuti abbia tutta l'aria di un tentativo di riannessione, di ripicca: limitatevi a pensarlo, al limite. Non dite che un giudice per le indagini preliminari, prima di firmarli o respingerli, può tenere sul tavolo dei provvedimenti per quattro mesi come per quattro ore: secondo necessità. Non dite che i magistrati fanno quello che vogliono, quando lo vogliono, come lo vogliono.
A Napoli non c'è la consueta e istituzionalizzata emergenza: c'è il termine «emergenza» che si riappropria del proprio significato, c'è un avvitamento di emergenze di cui per una volta s'intravede la pericolosa fine. Ne conviene la parte più responsabile del Paese, di destra o sinistra che sia, ma forse, ecco: non ne conviene una precisa parte del Paese che si ritiene una soluzione quando invece è parte del problema, quella magistratura napoletana, ossia, cui evidentemente non interessano le barricate abusive e non interessano reati come aggressione a pubblici ufficiali, resistenza, danneggiamento, incendio, occupazione abusiva. Alla magistratura napoletana è interessato bloccare gli impianti di combustibile derivato dai rifiuti, bloccare il termovalorizzatore di Acerra, interdire le aziende Fibe e Fisia, concentrarsi sulla presunta obsolescenza degli impianti. A torto o a ragione: purché ci fosse qualche comitato (e la camorra) a dimostrare per strada o meglio ancora in televisione. Se poi la monnezza sommerge una regione non è un problema della magistratura, ferma e indolente, oppure agitata e scomposta: è la magistratura napoletana negli ultimi trent'anni. Provino ancora a parlarci dell'obbligatorietà dell'azione penale. C'è un Paese intero che da anni ascolta e riascolta il disco della giustizia che non funziona (i processi durano quindic'anni, signora mia, manca la carta per le fotocopie) e poi eccoti il caso Cogne chiudere tre gradi in tre anni, imputati illustri che battono record di velocità, e altri che scivolano nell'oblio o al solito in prescrizione. Come se l'impulso da dare a certi processi rispetto ad altri, la ritenuta centralità di alcuni dibattimenti rispetto ad altri, non la decidessero loro. Come se non fosse, questo genere di magistratura irriformabile, l'ultima vera incrostazione della prima Repubblica, altro che casta.