La giustizia pilatesca Tutti un po' innocenti, tranne Silvio Berlusconi

In un Paese in cui tutti i colpevoli sono anche un po' innocenti, le accuse al Cavaliere contengono parti politiche indebite che alterano l’atteggiamento del pubblico

In Italia tutti i colpevoli sono in definitiva un po’ innocenti e per forza di simmetria è an­che vero il contrario. Collodi scrisse pagine definitive nel suo Pinocchio, quando lo mi­se nelle mani di un contrad­dittorio giudice scimmia. E così abbiamo imparato che la Fiat ha avuto ragione, ma che la Fiom non per questo aveva torto. Che la strage di Milano del 12 dicembre 1969 è stata una strage «fascista», ma tutti i fascisti imputati di quella strage sono stati sontuosamente assolti.

Ustica: il Dc9 Itavia fu certamente abbattuto da una bomba e non da un missile, ma per l’opinione pubblica messa a morte davanti al muro di gomma fu missile e gli assolti furono colpevoli e viceversa, ma non troppo. E Andreotti? Non fu forse definitivamente assolto al processo per mafia di Palermo dove lo accusarono di aver baciato Totò Riina? Sì, ma al tempo stesso Andreotti fu riconosciuto un po’ mafioso, appena un sentore, un retrosapore. Innocente sì, ma con juicio , avrebbe scritto Manzoni. Come il senatore Dell’Utri, un uomo che di volta in volta è dato ai margini, un po’ dentro o un po’ fuori, di esili linee di associazioni mafiose per cui non puoi mai dire se il bicchiere sia troppo pieno o troppo vuoto e se il disegno mostri due profili che si guardano o un vaso da fiori. Dipende dalla disposizione pirandelliana del momento, dall’ascendente zodiacale e dall’umore italiano.

E Sofri? Non vogliamo riaprire l’antica ferita, ma Sofri è stato condannato in ogni ordine e grado, aveva il suo studio in prigione da cui diffondeva pensieri e scritti, finché ebbe un malore, una crisi di vomito molto violenta se ricordiamo bene, e fu scarcerato e restituito al mondo, un po’ come il militare condannato a morte nelle strofette di Giusti, che prima viene fucilato salvo che «poi la grazia arriva a trarlo in salvamento e torna al quartier contento a fare il suo dover».

L’Italia non è l’America, nel senso di Stati Uniti, dove nessuno può essere pro-cessato due volte per lo stesso delitto, sicché un omicida che la faccia franca al processo poi può scrivere le sue memorie e fare soldi a palate raccontando come strozzò la moglie e la stivò in pezzi dentro al freezer. In Italia abbiamo tre gradi di giudizio e se sei colpevole al primo puoi sperare nel secondo, e alla fine c’è sempre speranza nello spareggio della Cassazione quando ormai metà dei protagonisti sono andati in pensione o finiti sotto terra.

Il che è un vantaggio per un sistema colloso, obliquo, diagonale e spiraloide in cui tutti hanno sempre ragione, ma non per questo gli altri hanno torto. Dove si può sostenere con successo che un giornalismo mentitore, non è altro che una «linea editoriale» e che coloro i quali si sbracciano in difesa della verità in se stessa, come fatto e come valore, sono in realtà dei provocatori. Ai tempi del terrorismo rosso una parte della sinistra, una parte molto ampia peraltro, non sapeva decidersi: certo che lo Stato deve distruggere il terrorismo, deve farlo con tutta la forza e gli strumenti di cui dispone e deve farlo in maniera ferma.Ma, d’altra parte, come negarlo, le Brigate rosse sono fatte di rivoluzionari e i rivoluzionari per definizione devono attaccare lo Stato e dunque fanno il loro dovere di ribelli e non li si può biasimare per la violenza che usano. Fra Stato e brigatisti, chi scegliere? Tutti colpevoli, tutti innocenti, tutti giustificabili, tutti condannabili.

Tranne uno che è, avrete indovinato, il cavaliere del lavoro, dottor onorevole signor presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che è sempre colpevole senza se e senza ma, a prescindere. Questo è un fenomeno curioso. Io non sono, come è noto, un difensore e un fan dello stile di vita di quest’uomo e ne ho scritte tante e tali sul suo conto da convincere questo stesso Giornale che avete in mano a titolare uno sventurato articolo così: «Guzzanti come Travaglio», intendendo uno affetto da un antiberlusconismo quasi razziale, chiuso persino alle sfumature. Non, non sono un berlusconiano fanatico an­che se ho creduto in una rivoluzione libe­rale che non si è mai vista, e non sono un antiberlusconiano razzista. Il punto è che non mi è mai sfuggito e meno che mai mi sfugge oggi questo fatto, che ha a che fare con l’antropologia, con la storia del costume, forse con l’esoterismo. E cioè che se si tratta di Berlusconi, inno­cente o colpevole che sia, scatta un rifles­so condizionato di colpevolezza preven­tiva, anch’essa a prescindere. Io sono convinto che Berlusconi, come tutti i grandi tycoon italiani, ne abbia combina­te più di Carlo in Francia. E penso che se quest’uomo è accusato debba essere pro­ces­sato in maniera riconducibile alla tra­dizione democratica occidentale, senza trattamenti speciali,in un senso o nell’al­tro e sempre avendo ben presente che le costituzioni liberali contengono sempre meccanismi di tutela dell’esecutivo da eventuali tentazioni del sistema giudizia­rio di sovrapporsi a esso e prendere il co­mando. Io penso che Berlusconi si deb­ba far processare senza protestare, ma penso anche che il modo in cui vengono condotte le accuse contro di lui e la sua parte politica contengano sempre e in tutta evidenza anche, sottolineo l’an­che, una parte politica indebita e impro­pria che in qualche misura altera e modi­fica, a senso unico,l’atteggiamento pub­blico, e del pubblico nei suoi confronti.
Quando si tratta di lui, questo è crona­ca, non si vede mai

quell’atteggiamento da «Sì, forse è colpevole, ma...» o «Sì, for­se è innocente ma...». No, nel suo caso, e soltanto nel suo e fin dal giorno in cui l’imprenditore Berlusconi è diventato il politico Berlusconi (ereditando in bloc­co l’eredità nera ed esoterica dell’anti­craxismo viscerale) la tempesta delle ac­cuse credibili e meno credibili, di ogni sorta e verso, dalla mafia al terrorismo, al pubblico al privato, si è scatenata come uno tsunami continuo. Si badi bene, non sto sostenendo qui una tesi innocentista a priori, ma non può sfuggire che dal gior­no in cui Berlusconi diventa un politico e minaccia di far saltare (come farà salta­re) certi piani e programmi politici, si ve­de applicare un pregiudizio di colpevoli­smo a prescindere, qualcosa di totaliz­zante, senza incrinature, senza dubbi e tentennamenti, come se di colpo fossi­mo diventati un Paese anglosassone, quelli in cui le cose, e le verità e i verdetti, sono sempre bianchi e neri, mai sulle sfu­mature del grigio.

Le sfumature si applicano, e generosa­mente, a Sofri e stragisti, mafiosi e libici in quanto probabili autori della strage di Ustica, a brigatisti e giovani assassini (ricordate la povera piccola Erika che scannò il fratello nella vasca da bagno dopo aver fatto fuori la mamma? Non fu, in fondo, adorabile?), a nessuno si nega non solo l’attenuante, ma il beneficio del dubbio. A tutti, salvo che a questo grand villain Berlusconi che è avviato a correre sulle orme del cinghialone Craxi inseguito dalle picche e dagli spiedi di una torma di cavalieri con la celata sem­pre calata.