Giustizia, la proposta di Alfano smaschera le «correnti» del Pd

C’è chi rifiuta il confronto, chi apre al governo e chi è indeciso. Scalfaro invita le toghe a un «ripensamento»

da Roma

In casa Pd, è il dialogo sulla giustizia a tenere alta l’attenzione. Intanto l’Associazione nazionale magistrati fa sapere di non approvare le linee guida della riforma illustrate ieri al Giornale dal guardasigilli Alfano. In attesa di «leggere i testi», il segretario dell’Associazione Cascini, preventivamente sottolinea «la ferma contrarietà» a qualunque tipo di modifica costituzionale in grado di minare l’autonomia della magistratura. Non solo. Cascini attacca le politiche del governo in materia di sicurezza, fatte prevalentemente «di annunci». La conferma, dice il segretario dell’Anm, «è che non si prevede alcun intervento per il funzionamento del processo penale», ma al contrario si pone l’attenzione «sulla separazione delle carriere tra giudice e pm», intervento che, a suo dire, non porterà alcun beneficio. Ma in attesa che venga presentata «ufficialmente» dal governo, il dialogo sulla riforma della giustizia fa registrare nel Pd posizioni discordanti.
I dubbiosi. Il Guardasigilli ombra Lanfranco Tenaglia, si è detto d’accordo a discutere sul tutto ciò che «migliora l’efficienza della giustizia». Salvo chiudere la porta se solo si prova a parlare di separare le carriere di giudici e pm. Intanto accusa il ministro Alfano di portare avanti una politica di «sterili annunci» tralasciando le vere ragioni della crisi della giustizia. Non lontano da lui è il presidente emerito ed ex magistrato, Oscar Luigi Scalfaro. Per lui, che «la magistratura debba fare dei ripensamenti» è un dato di fatto. Così come ritiene «impensabile fare una riforma che abbia come principio l’ostilità nei confronti della legge e della giustizia». È un «no» propositivo quello dell’ex ministro Fioroni. Niente lusinghe dalla maggioranza, ma discussione, solo in aula sul ddl che il Pd presenterà a settembre.
Possibilisti. Sulla giustizia l’ex presidente della Camera, Luciano Violante, ha scelto di non fare barricate. Pur non condividendo alcune recenti proposte del Pdl (vedi elezione diretta dei pm), non ha mai rinunciato al confronto. Anche se, ricorda, «dialogo sin dove è possibile, conflitto sin dove è necessario». Anche di recente il vicepresidente dei senatori del Pd, Nicola Latorre, ha aperto al dialogo in nome della «cultura garantista del partito». Specie perché, ricorda, «la riforma non ha lo scopo di indebolire la lotta alla corruzione o di creare salvacondotti per chissà chi».
Indeciso. A maggio era fautore del dialogo per «un senso di responsabilità» diceva, facendo agitare lo spauracchio del «Veltrusconismo». Tutto passato. Oggi Walter Veltroni è schierato sul fronte del no. Nelle stanze del Pd, però, c’è la convinzione della necessità di dialogare sulle riforme (vedi la corte, accettata, di Calderoli sul federalismo).
Intransigenti. Arturo Parisi è un critico della prima ora. Fedelissimo di Prodi ha maldigerito la sua defenestrazione. Così la sua chiusura inappellabile al confronto sulle riforme ha il sapore della chiusura allo stesso Pd. Dubbi e perplessità a 360 gradi, fino al punto di rimpiangere l’Ulivo «affossato proprio da questo Pd». Con lui Franco Monaco. Che al dialogo preferisce il «confronto».
Il solista. Battitore libero, Massimo D’Alema anche recentemente sulla giustizia ha bacchettato il Pdl. Ricordando però che «se la sinistra continuerà a difendere la macchina della giustizia così com’è, gli italiani voteranno sempre Berlusconi». Pur in contrasto con Veltroni su molte delle visioni politiche (vedi legge elettorale), a marzo inorridiva vedendo flirtare Veltroni e Berlusconi. Oggi, all’opposto, è D’Alema a tessere una trama sottile per tenere vivo il dialogo col centrodestra (e a smarcarsi dal dialogo con Silvio Berlusconi). Giocandosi la carta delle fondazioni. A novembre la sua, Italiani Europei, insieme a Farefuturo di Gianfranco Fini, darà vita a un seminario su «Federalismo e riforme istituzionali» per cercare una base comune.
Il riformista. Anche in questi giorni ha ribadito la necessità del dialogo «sui grandi temi istituzionali». Enrico Letta resta un interlocutore affidabile per il centrodestra, ma ora che alcune riforme sono in dirittura d’arrivo, come il federalismo fiscale il golden boy del Partito democratico sembra tirare un po’ il freno (temendo forse la stretta mortale del Carroccio).