Giustizia, resta impunita la violenza degli ultrà

Solo quattro mesi a uno dei tifosi che &quot;rubarono&quot; il treno Napoli-Roma. Fermato durante gli incidenti picchiò gli agenti. L'avvocato che l'ha difeso: <strong><a href="/a.pic1?ID=292970">&quot;Pena esigua? Ha ottenuto lo sconto patteggiando&quot;</a></strong>

Nelle aule di tribunali campeggia una scritta: «La legge è uguale per tutti». Affermazione più o meno veritiera, ma si potrebbe dire lo stesso per la giustizia? Lunedì scorso si è tenuto il processo a carico degli unici due ultrà incriminati (su decine di fermati) per le violenze commesse nel corso della sommossa che il 31 agosto mise sottosopra la stazione Termini di Roma e demolì il convoglio ferroviario (500mila euri di danni) «sequestrato» per la trasferta della tifoseria napoletana. Il primo a essere giudicato è stato Danilo Durevole: se l'è cavata con una condanna a quattro mesi e 10 giorni di reclusione con sospensione condizionale della pena e a una ammenda di 800 euri. In pratica, libero.

La legge, c'è da metterci la mano sul fuoco, è stata fatta salva. Gli articoli del codice debitamente consultati, interpretati e applicati. Ma la giustizia? Insieme ai suoi compagni tifosi, Danilo Durevole è quello che in pratica sequestrò un treno, buttandovi fuori 300 passeggeri con regolare biglietto. Che con quel treno, e non prima d'averlo, sempre insieme ai compagni tifosi, ben ben fracassato, giunse a Roma. Laddove, sempre in comitiva, con un mezzo pubblico (uno dei 39 messi a disposizione, 20 dei quali finiti, a martellate, fuori uso. Distrutti) raggiunse l'Olimpico approfittando del percorso cittadino per far esplodere - non si sa chi, ma si esclude sia stato il conducente - numero quarantuno bombe carta.

Fermato a seguito degli incidenti, il Durevole risultò in possesso di un candelotto e all'invito di seguirli in Questura reagì menando agli agenti calci e pugni. «Normale - ha detto in aula il suo avvocato - quando si viene fermati in uno stadio». Normale, deve aver ammesso il giudice. Non è leggenda metropolitana, ma la pura verità: da noi si va in galera per aver rubato in un supermercato una confezione di Buondì Motta.

Dura lex sed lex, come si dice. Però non ci si va per aver messo, o meglio, per aver fatto parte di un branco che ha messo a soqquadro una città, si è impadronito di un intero treno, ha commesso atti di feroce vandalismo, lanciato bombe carta fra la gente e brandito coltelli e martelli (del peso di 800 grammi, come precisato nel verbale). E allora lo ripeto: la bilancia della giustizia è sempre equilibrata come quella della legge? In termini di pericolosità sociale il ladro di Buondì è davvero peggio d'una banda di tifosi violenti e scalmanati? La sentenza che manda libero Danilo Durevole forse non farà giurisprudenza, ma da salvacondotto sì.

Salvacondotto per le tifoserie con una naturale propensione a menare le mani, a sfasciare, a lasciare il loro marchio ovunque transumino in trasferta. Cosa si rischia, in fondo, a mettere a ferro e a fuoco una città, uno stadio, se non una tirata d'orecchi? Quella sentenza, inoltre, ci fa certi che il calcio nel suo insieme seguita a godere di una specie di extraterritorialità legislativa, di rappresentare una enclave dove sono in vigore norme diverse da quelle che regolano lo Stato, dove è lecito o comunque tollerabile ciò che all'esterno costituisce reato.

E non è consolatorio, anzi, è umiliante sentir ripetere che così è perché se si tocca il calcio, se gli s'impone di rispettare le regole, si rivolta il Paese. Quasi fossimo tutti Danilo Durevole.