La giustizia? A Roma è sempre più malata

Patricia Tagliaferri

Qualche aspetto positivo c’è nell’amministrazione della giustizia del distretto di Roma. E il presidente della Corte d’Appello Giovanni Francesco Lo Turco lo dice subito nella relazione con cui ieri ha inaugurato il nuovo anno giudiziario. Poi, però, comincia a snocciolare numeri e dati che smorzano gli entusiasmi di chi, magari, sperava in un quadro meno fosco. Certo non dei magistrati, che si aspettavano un quadro a tinte fosche e che ieri hanno disertato in massa la cerimonia per ribadire la loro contrarietà ai principi della riforma dell’ordinamento giudiziario. Ci pensa il presidente del Tribunale Luigi Scotti a spiegare qual è il messaggio che le toghe vogliono far arrivare alla collettività: «Siamo costretti a chiedere scusa in anticipo per quello che accadrà, per i ritardi che ci saranno nonostante i nostri sforzi», dice.
I processi sono sempre più lenti, gli appelli crescono a dismisura, così come gli arretrati, soprattutto nella sezione lavoro, mentre gli organici diminuiscono in modo preoccupante. «Se non si interverrà con la massima urgenza, mediante un aumento degli organici dei magistrati e con un massiccio incremento delle risorse strumentali (personale amministrativo e strutture) - osserva Lo Turco - non potrà essere evitato il paventato collasso della giustizia di secondo grado». L’alto magistrato invita tutti a fare un passo indietro e auspica che i problemi della giustizia vengano affrontati «in una prospettiva meno politica e più tecnica». «La carenza fondamentale dell’intervento riformatore negli ultimi anni - sottolinea - si annida proprio nella disorganicità delle innovazioni, nella mancanza di un disegno unitario di ampio respiro che porti ad una razionalizzazione complessiva del sistema». La lentezza dei processi, insiste il presidente della Corte d’Appello, «è solo un sintomo di gravi malanni quali l’irrazionalità e il disordine del sistema». Nessun beneficio si è avuto dalla riforma dell’ordinamento giudiziario, che ha avuto il torto «di occuparsi di uno solo dei protagonisti della giurisdizione (il magistrato) senza affrontare il nodo centrale dell’efficienza del servizio giustizia». Il risultato è che nel distretto di Roma si registra una riduzione degli arretrati nel settore civile in primo grado e un «abnorme aumento degli appelli» che in dodici mesi sono passati da 6778 a 16.118 con un «preoccupante incremento delle pendenze (da 15.751 al 30 giugno 2000 a 34.552 del 30 giugno 2005). La situazione peggiore, dicevamo, si registra nella sezione lavoro, che rischia di affogare tra i 31mila procedimenti arretrati. Neppure il settore penale (oltre 12mila processi pendenti - «che forse più di altri ha risentito delle frequenti modifiche normative spesso frammentarie e prive di organicità» - è in buona salute. Lo Turco è preoccupato per l’incremento del contenzioso, legato anche «al moltiplicarsi di reati che suscitano allarme sociale». In particolare, dalle tabelle contenute nella relazione, emerge che il movimento complessivo dei procedimenti penali nei Tribunali del Lazio passa da 130.161 del luglio 2003 ai 133.629 dell’anno successivo, fino ai 132.602 del 2005. In appello il salto più alto: dai 9.715 del 2003 ai 12.346 dello scorso anno.
Al presidente Lo Turco non è sfuggito l’episodio della scarcerazione per decorrenza dei termini di custodia cautelare di Antonio e Massimo Nicoletti, figli di Enrico, ritenuto dagli inquirenti vicino alla banda della Magliana, perché il fascicolo processuale che li riguardava è stato «dimenticato» in cancelleria per un anno intero dal giorno della sentenza di condanna.