Giustizia a rovescio

La Cassazione ha annullato - con rinvio, ossia con la previsione d’un nuovo processo - la sentenza della Corte d’appello di Roma che aveva condannato una donna per l’occupazione abusiva d’una casa popolare. I giudici di merito non avevano indagato a sufficienza, secondo la Cassazione, sullo stato di povertà dell’imputata: uno stato di povertà che, se accertato, renderebbe legittimo ciò che l’imputata ha fatto. Tra i beni tutelati dalla costituzione «va compreso il diritto all’abitazione in quanto l’esigenza di un alloggio rientra tra i beni primari della persona».
La vicenda, minima dal punto di vista penale - all’occupante abusiva era stata inflitta una multa di 600 euro - ha importanza dal punto di vista dei principi. La decisione della Suprema Corte sarà di sicuro lodata da molti. Immagino che nella sinistra estrema, ma anche nella non estrema, si plaudirà a una decisione che, come si suol dire, aiuta gli umili, gli ultimi: che interpreta cioè uno slancio sociale progressista da contrapporre all’aridità egoista dei reazionari.
Al di là del caso personale, io credo invece che questa pronuncia della magistratura non rechi alcun beneficio ai diseredati, e accresca la confusione e l’incertezza: con vantaggio certo dei furbastri che proprio di queste lungaggini e di questi cavilli sì servono per vanificare leggi e regolamenti. Gli alloggi delle case popolari dovrebbero essere assegnati a poveri, in base a una graduatoria che tiene conto, appunto, del loro stato d’indigenza e dell’urgenza di dare loro una sistemazione. Allora riesce difficile capire perché la signora insediatasi abusivamente non fosse stata inclusa nelle liste con le normali procedure. O magari lo si capisce. A quanto ho sentito dire e leggiucchiato le norme per la concessione degli alloggi sono adattate a favoritismi, nelle case popolari vivono milionari in euro che nessuno riesce a smuovere, c’è disordine e ci sono arroganze a non finire, e le lungaggini giudiziarie impediscono che alle situazioni più scandalose si ponga rapidamente fine.
Quello è il male. Ma non ci si pone rimedio stabilendo, con un buonismo facilone e deleterio, che basta essere poveri per potersi accasare dove si vuole, violando ogni diritto di proprietà e ogni diritto di precedenza. La Cassazione ha chiesto più approfondite indagini sulla povertà - davvero straziante o così così - della signora abusiva. Intanto il tempo passa, chi è in coda nelle graduatorie aspetta, chi s’è impossessato senza averne diritto d’un alloggio vede schiudersi ulteriori spiragli di contestazione, utili a perpetuare il suo colpo di mano. D’ora innanzi chiunque compia una di queste occupazioni proletarie si difenderà asserendo d’essere povero in canna, anche se magari viaggia in auto di lusso. Ma vallo a dimostrare che non è povero, ci vogliono gli 007.
La tendenza a considerare la proprietà - anche se proprietà dell’Istituto case popolari, ossia pubblica - un qualcosa di sospetto, e la violazione della proprietà un merito, fa strada. Sempre la benevola Corte di Cassazione ha stabilito che non si debba procedere contro Sandro Medici, presidente del X municipio di Roma, che aveva requisito 15 appartamenti sfitti per assegnarli a famiglie senza casa. Anche qui impensierisce la discrezionalità del provvedimento, la licenza concessa all’autorità amministrativa di stabilire, al di là dei codici e del mercato, se un proprietario è abilitato a disporre del suo immobile. Questo avviene ad opera di un’autorità amministrativa e politica che, in versione privata, non solo tutela con occhiuta fermezza i suoi immobili, ma se ne procura di nuovi a prezzo scontato. Un’occhiata della Cassazione da quelle parti sarebbe forse più utile della crociata in favore di chi abusivamente occupa case popolari. Sia chiaro: gli esperti di povertà non stanno né in Cassazione né nella classe politica.
Mario Cervi