Giustizia, sì all'immunità per le alte cariche

Via libera del Consiglio dei ministri: vale per un solo mandato e non blocca le indagini. Alfano invoca un’ampia maggioranza in aula: &quot;Nessuna guerra con i magistrati, ognuno faccia il suo mestiere&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=272194">Berlusconi rilancia</a></strong>: &quot;Parlerò con gli italiani&quot;

Roma - Il Consiglio dei ministri dà il via libera al lodo Alfano, o lodo Schifani bis, visto che corregge il provvedimento bocciato dalla Consulta nel 2004. I «punti deboli» dichiarati allora incostituzionali, assicura il ministro della Giustizia, ora sono stati modificati. E quindi pare improbabile che qualcuno sollevi eccezioni e si ritorni di fronte alla Corte costituzionale.

Sullo scudo che sospende i processi per le 4 massime cariche dello Stato, spiega il Guardasigilli, è auspicabile «un largo consenso parlamentare» e anche un dialogo con i magistrati. Alfano, però, avverte: «Non c’è nessuna guerra con le toghe, ma ognuno deve fare il suo dovere e il proprio mestiere fino in fondo».

Il ministro illustra alla stampa il provvedimento, asciutto com’era stato annunciato: un solo articolo di 8 commi. Ad essere tutelati, per i reati al di fuori delle loro funzioni, sono il presidente della Repubblica, il capo del governo e i vertici di Camera e Senato. Non più il presidente della Corte costituzionale, perché «primus inter pares», cioè tra i 15 giudici della Consulta. Sono sospesi i processi penali, non le indagini preliminari e ciò non impedisce al giudice di assumere prove non rinviabili. Anche la prescrizione è sospesa. L’imputato può rinunciare e chiedere che il processo prosegua. La parte civile può rivalersi in sede civile, con una corsia preferenziale e termini ridotti alla metà. E, questo il punto più delicato, la sospensione non è reiterabile, vale per un solo mandato. Anche se, per il premier, la tutela copre interruzioni tecniche in caso di reincarico, ma sempre nella stessa legislatura. E se il premier poi diventa capo dello Stato? La domanda tocca il nervo scoperto dell’opposizione, l’accusa della legge ad personam, legata al processo Mills. Alfano ribadisce che lo scudo in quel caso decade, perché è legato a una sola carica. L’obiettivo, sottolinea è chiaro: «Le alte cariche dello Stato devono poter svolgere serenamente il loro lavoro». Poi, si riferisce a Berlusconi. Il lodo serve anche a evitare che il premier «debba partecipare a tutte le udienze in cui è coinvolto. Questo lo distoglierebbe dall’attività di governo». E Alfano si spinge a ipotizzare una condanna. In quel caso, «il premier non ha l’obbligo giuridico di dimettersi. Ha ribadito la propria innocenza più volte e da cittadino ha utilizzato la norma del codice che prevede la ricusabilità del giudice». Quella sospendi-processi ancora no, e il Guardasigilli nega alcun nesso con il lodo, anche se la sinistra e l’Anm ipotizzavano uno scambio: ritirare il primo per assicurarsi l’appoggio al secondo. «Non crediamo che durante il dibattito parlamentare sul dl sicurezza vi possano essere interferenze rispetto a quanto approvato oggi in Consiglio dei ministri».

Ma sulle norme sospendi-processi incombe, come una spada di Damocle, la bocciatura con rilievi di incostituzionalità del Csm, già approvata in Commissione e martedì probabilmente dal plenum, dopo giorni di anticipazioni, smentite e altre indiscrezioni. Alfano, a questo punto apre un nuovo fronte: quello dell’ipotesi di riforma dell’organo di autogoverno della magistratura, che però dovrà seguire la «via costituzionale». «Il Consiglio superiore della magistratura – dice – non può essere il primo giudice della costituzionalità delle leggi. Gli eventi di questi giorni ci hanno amareggiato. Il Csm deve comunicare al ministro, non alle agenzie di stampa». Critica il gran circolare di bozze del parere, prima dell’esame in Commissione, e ricorda che «il principio di leale collaborazione tra il ministro della Giustizia e il Csm si fonda su una sobria comunicazione e su un rapporto istituzionale molto austero e severo». Per questi motivi giovedì scorso Filippo Berselli del Pdl ha chiesto le dimissioni del vicepresidente, Nicola Mancino, ma ieri la coalizione si è dissociata. Il numero due di Palazzo de’ Marescialli se ne rallegra, ricordando di essere stato eletto all’unanimità. E poi risponde ad Alfano. Auspica che un’eventuale riforma voglia «esaltare il rilievo costituzionale» del Csm e non «anestetizzarne la funzione, relegandolo alla mera gestione amministrativa». Alle critiche, Mancino replica: «Non siamo una controparte ma un’istituzione che vuole collaborare con il ministro con autonomia e indipendenza di giudizio. Non è che siamo buoni se siamo accondiscendenti, e inutili se manifestiamo autonomia».