Giustizia, salta l’accordo tra i Poli sulla riforma

Il ministro: senza stop alla separazione delle carriere ci sarà un terremoto nelle Procure. Ultimatum dell’Anm: pronti a scioperare

Anna Maria Greco

da Roma

Nessun accordo in Senato tra Cdl e Unione sulla sospensione della riforma della giustizia. Se non ci sarà lo stop, avverte il Guardasigilli Clemente Mastella, avverrà «un terremoto negli uffici giudiziari, che ricadrà sulle spalle dei cittadini». La spada di Damocle sul capo dei magistrati è la data del 28 ottobre, quando entrerà in vigore la norma che li obbliga a scegliere tra giudici e pubblici ministeri. E l’Anm ha lanciato il suo ultimatum per lo sciopero proprio con quella scadenza.
Il ministro della Giustizia sa di non potersi permettere nuovi rinvii e chiede un «apporto calorico» di maggioranza e opposizione per evitare, dice citando il vicepresidente del Csm Mancino, la «paralisi» della macchina giustizia. Si tratta, si tratta e il clima sembra più disteso: la Cdl «apre» sull’azione disciplinare e media sulla separazione delle funzioni, l’Unione accetta di anticipare a marzo anziché a luglio 2007 il termine dello stop dei due decreti delegati, ma accetta di discutere solo sulla gerarchizzazione delle Procure. La seduta viene sospesa per un confronto tra maggioranza e opposizione, ma alla fine il dialogo si rompe. E, dice il «padre» del nuovo ordinamento giudiziario, l’ex-Guardasigilli leghista Roberto Castelli, l’aula di Palazzo Madama si prepara a diventare «teatro dello scontro finale».
Per un solo voto la maggioranza respinge il tentativo dell’opposizione di bloccare il ddl e rinviarlo in commissione. Inizia il voto sugli emendamenti tra richieste della Cdl del segreto dell’urna e bagarre sui pianisti. «Hanno vinto i falchi della magistratura, che non vogliono arrivare ad alcun accordo», commenta Castelli. «La maggioranza sta piegando la schiena di fronte alla magistratura», rincara la dose l’azzurro Gaetano Pecorella. Altero Matteoli di An accusa l’Unione di «ostruzionismo». Renato Schifani di Fi chiede di rinviare il voto finale a mercoledì invece di martedì.
Mentre si cercava l’accordo il presidente della commissione Giustizia, il Ds Cesare Salvi, usava una metafora: «Non è certo una trattativa facile. L’acqua è bassa e la papera non galleggia». E quando il tenue filo del dialogo si spezza, aggiunge: «Se prima l’acqua era poca, adesso siamo a secco». Ma la sua compagna di partito, la presidente dei senatori dell’Ulivo Anna Finocchiaro, dice che, malgrado il fallimento della mediazione, «sul merito» non bisogna interrompere il confronto. Il presidente dei senatori Prc al Senato, Giovanni Russo Spena, e il capogruppo in commissione Giustizia Giuseppe di Lello, raccontano che era stato raggiunto l’accordo sulla sospensione del decreto per concorsi e scelta tra Pm e giudice e uno «di massima» sul sistema disciplinare, ma la rottura è avvenuta sull’organizzazione dell’ufficio del Procuratore. «In caso di contrasto tra capo e sostituto, la Cdl insisteva per il ricorso di fronte al Pg, mentre noi volevamo che fosse chiamato a decidere il Csm, per evitarne la delegittimazione e impedire un’ulteriore gerarchizzazione dell’ufficio del Procuratore, con poteri impropri al Pg».
Il ministro Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei valori, insiste che sulla giustizia bisogna applicare, e al più presto, il programma dell’Unione, non quello della Cdl. Ma nella maggioranza ci sono divisioni e per il vicepresidente Dl della commissione Giustizia, Roberto Manzione, la strada della «sospensione generalizzata» seguita da Mastella non è quella giusta. Per lui, si possono modificare immediatamente i due decreti attuativi sulle procure e sull’azione disciplinare, invece di fare «una controriforma che, per evidente debolezza, rinvia tutto determinando una pericolosa situazione di precarietà e di insicurezza». Applaude l’Udc, e invita il Guardasigilli a ripensarci. Ma il 28 ottobre è vicino e i magistrati premono. Anche se Salvi assicura che «non c’è alcun cedimento all’Anm, nessuna cambiale sotto banco da pagare».