Giustizia secondo Lula: Battisti resta libero ma torture agli altri italiani

Le associazioni umanitarie: sei connazionali detenuti nel 2005 in condizioni disumane. E condannati senza prove. I testimoni denunciano: la polizia ha manipolato le nostre dichiarazioni

In sei ammucchiati in una cella singola. Due anni e mezzo a vegetare così, ventidue ore al giorno, tutti i giorni. Senza letti, senza una parte del tetto, presi di mira da insetti e scarafaggi, in condizioni igieniche raccapriccianti. Malati. In Brasile li trattano così i detenuti italiani che non si chiamano Cesare Battisti e che non vantano trascorsi terroristici e sponsor politici. Li trattano come bestie, se è vero che alcune organizzazioni umanitarie hanno gridato allo scandalo per le condizioni riservate ai nostri connazionali e per il processo-farsa costruito intorno a un’indagine mozza su un presunto traffico internazionale di donne e riciclaggio.

Due pesi, due misure. Del detenuto vip Cesare Battisti sappiamo tutto, anche grazie alla benevolenza del governo di Brasilia. Dei reclusi fantasma, invece, si sa poco o nulla. Le notizie filtrano a fatica. Eppure è una storia che grida vendetta: tratti in arresto il 2 novembre del 2005 nell’operazione «Corona», i sei italiani impegnati a mandare avanti il pub «Ilha da fantasia», sono stati processati e l’11 dicembre 2006 condannati (fino a 56 anni) dal tribunale federale di Rio Grande del Nord. Accuse clamorosamente infondate, sostengono gli avvocati e i sostenitori dell’associazione «prigionieri del silenzio». Accuse boomerang, s’è dimostrata l’ultima: quella di aver provato a evadere dal «presidio provvisorio» di Natal. Per ritorsione, prim’ancora di scoprire che nessuno di loro aveva mai pianificato la fuga, il sestetto è stato punito e separato: in quattro sbattuti nella bolgia dei dannati a Campo Grande nel Mato Grosso (a 4mila chilometri di distanza dagli avvocati e dai familiari) un altro nel finimondo di Mossorò e l’ultimo è rimasto a Natal. Giuseppe Ammirabile, Paolo Quaranta, Vito Francesco Ferrante, Paolo Balzano, Salvatore Borrelli e Simone De Rossi non sono appartanenti alla mafia pugliese (al contrario di quanto ripetutamente sostenuto dagli inquirenti carioca). Le prove iniziali, con l’evolversi del dibattimento, si sono ridimensionate. Clamorosamente.

L’avvocato Mario Russo Frattasi ricorda come la sentenza di primo grado è basata sulle sole dichiarazioni rese da una ragazza, la stessa che ha sporto denuncia, e che stranamente non è mai stata sentita al processo. Gli altri due testimoni esibiti dall’accusa hanno sbugiardato la polizia accusandola di aver modificato verbali e deposizioni. «Ogni richiesta di scarcerazione di mio marito - racconta Giuliana Giovene, moglie di Giuseppe Ammirabile - è stata rigettata» sulla base di una supposta «sussistenza della grave pericolosità sociale avendo questi una lunghissima serie di precedenti penali e perché sarebbe a capo dell’associazione mafiosa denominata Sacra Corona Unita». A nulla è valsa l’esibizione della fedina penale (intonsa) e della conseguenziale dimostrazione dell’estraneità di Ammirabile all’associazione mafiosa pugliese. Anche le richieste di scarcerazione avanzate dagli altri detenuti, presentate perché il termine massimo consentito per la detenzione degli stranieri, 81 giorni, era scaduto, sono state rigettate, motivandone la scelta con l’eccessivo tempo perso nel sentire i testimoni. In realtà, spiegano all’associazione «prigionieri del silenzio», non riuscivano a trovare la teste chiave.

Il paradosso di questa complicatissima storia è nelle righe del dispositivo della sentenza laddove si afferma che effettivamente non esistono legami con la mafia, non sono state trovate le prove del traffico internazionale di donna, non esistono riscontri al riciclaggio. Nonostante ciò, i sei sono stati condannati comunque.
Da qui, e non solo, l’accusa al sistema giudiziario brasiliano, definito dall’avvocato di Ammirabile «alquanto sommario e improntato alla violazione dei principali obiettivi e principi della convenzione americana dei diritti dell’uomo». I legali più di una volta non sono riusciti a incontrare i propri assistiti, né in carcere né in ospedale. Nel giugno del 2007 tre di loro, disperati ed esasperati, hanno avviato uno sciopero della fame arrivando a perdere 20 chili. Ammirabile si sentì male, perse i sensi ma non venne trasferito in ospedale «perché troppo pericoloso». Chiosa l’avvocato Frattasi: «Le condizioni degli italiani reclusi in Brasile sono a dir poco intollerabili poichè mancano le più elementari condizioni di vita». Il riferimento, ovviamente, non è a Cesare Battisti ma ai sei connazionali trattenuti all’inferno perché privi di santi in paradiso.
(ha collaborato Luca Rocca )