Giustizia, serve un altro «appello»

Carlo Taormina*

Nonostante i pubblici proclami di voler realizzare, con tutte le forze politiche, le più urgenti riforme di interesse generale, nulla concretamente si muove, forse perché non ci sono idee chiare sulle proposte. In questi giorni si è riaccesa la polemica tra magistratura e politica sulla riforma del sistema giudiziario, con riferimento a questioni che poco interessano la gente, desiderosa soltanto di una giustizia celere ed affidabile.
Io credo che un po’ più di pragmatismo, in questo momento, gioverebbe molto. Il disegno di legge, col quale il ministro della Giustizia intende bloccare la riforma Castelli, avrà la sorte che dovrà avere. Mi chiedo però, perché, nel frattempo, non si metta immediatamente in pista una riforma sui punti davvero essenziali per il funzionamento dei processi civili e penali. Ne potrebbe derivare una maggior comprensione anche su cosa fare intorno alla riforma Castelli. Mastella si sarebbe dovuto proporre come iniziatore di questo metodo, invece di cadere nella trappola tesagli dai magistrati il giorno dopo la sua nomina, col proposito di farne un ostaggio, accusandolo di averli truffati con la promessa della sospensione della riforma Castelli per decreto legge. Il tempo per recuperare la situazione c’è e l’occasione non deve essere persa.
Al di là di ciò di cui dirò qui di seguito, c’è un problema di fondo, la cui soluzione deve essere avviata, se della celerità dei processi vuole farsi una situazione stabile. Penso alle grandi città, ma anche alle altre, ed è inammissibile ritenere che per una popolazione di milioni di abitanti, possa bastare un solo ufficio giudiziario. Se si vogliono efficienza e controllo del territorio da parte delle istituzioni giudiziarie, bisogna pensare ad un Tribunale e ad una Procura per ogni 200-300mila abitanti.
In secondo luogo, c’è l’esigenza di professionalità di chi investiga e di chi giudica, l’una ben diversa rispetto all’altra. Da noi le cose vanno male in entrambi i settori, ma quello che accade nelle indagini non è più avallabile. I pubblici ministeri, nati per essere i contraddittori degli imputati dinanzi ad un giudice, sono stati trasformati dalla legge sempre più in investigatori, nonostante ignorino anche i rudimenti delle tecniche dell’accertamento, di cui fanno apprendimento sul campo sulla pelle dei cittadini, prevaricando tutte le forze di polizia, ormai ridotte a scendiletto, mentre esse rappresentano, nel panorama istituzionale ed operativo, gli unici organi che nascono per essere investigatori professionali e lo sono al massimo grado. È necessario togliere i poteri di indagine ai pubblici ministeri e darli esclusivamente alla polizia.
C’è, poi, oggi una forte percentuale di processi decisi da un solo giudice, legittimato ad infliggere anche venti anni di reclusione. Il recupero della collegialità delle sentenze a delle decisioni riguardanti le libertà personali è indifferibile poiché le originalità e le follie si sprecano ogni giorno.
Io credo che sarebbe sforzo vano voler ridurre i tempi dei processi, se ci si nasconde che di un processo che dura dieci anni, cinque, o forse più, siano dovuti alla sua pendenza in appello. Questo tempo deve essere azzerato con la eliminazione del giudizio di secondo grado, da farsi, peraltro, con molta ponderazione. Da un lato, occorre assicurare un forte ruolo di controllo della Corte di Cassazione sulla motivazione delle sentenze. Da un altro lato, i processi di primo grado debbono contenere garanzie a prova di bomba. Con la trasformazione delle udienze preliminari da mero strumento di transito a giudizio a momento processuale capace di evitare quanto più possibile i dibattimenti sulla base di una acquisizione probatoria senza limiti e di un pieno potere di assoluzione dell’imputato, l’obiettivo dovrebbe essere conseguibile. Non sarei nemmeno contrario, per i reati gravi, alla sostituzione del giudice monocratico con quello collegiale.
Anche i dibattimenti attendono un significativo alleggerimento con la eliminazione di ripetizioni inutili. Tutto ciò che sia stato raccolto in indagini preliminari con ogni garanzia per l’accusa e per la difesa nonché le attività compiute dalla polizia giudiziaria, salvo situazioni eccezionali, dovrebbe essere definitivamente acquisito con l’inserimento nel fascicolo per il giudizio.
C’è, infine, il problema delle carceri. Due aspetti emergono su tutti. Non è accettabile la esecuzione automatica di pene inflitte per fatti consumati magari dieci anni prima, tempo, durante il quale la persona può essere cambiata ed aver trovato un equilibrio familiare e lavorativo. Almeno per le pene non gravi, il sistema deve prevedere un preventivo controllo sulla indispensabilità del carcere e sulla sostituibilità di esso con una misura alternativa. In secondo luogo, penso si disponga di tutte le esperienze necessarie per ampliare alle pene fino a cinque anni di reclusione l’affidamento in prova al servizio sociale, col quale si sono ottenuti fino ad oggi ottimi risultati come deterrente criminale.
*componente della segreteria politica di Forza Italia