Giustizia, Violante: "Basta scontro, ora dialogo"

L'ex giudice, esponente di spicco del Partito Democratico, spinge per un confronto sulle riforme più urgenti: intercettazioni, criteri dell'azione penale, riforma del Csm e attività d'indagine: "Da anni il ruolo della polizia è schiacciato da quello dei magistrati"

Firenze - Presidente Violante, una nuova legge più restrittiva sulle intercettazioni serve o no?

«Bisogna stabilire senza equivoci che cosa si può pubblicare e cosa invece è vietato. Oggi i criteri sono equivoci e le intercettazioni diventano strumento di lotta politica o di denigrazione di persone estranee. Ci sono cose di cui non cesso di stupirmi...».

Quali?

«Una magistratura, che è riuscita con successo in imprese difficilissime, come la cattura di Provenzano, non ha mai scovato uno solo dei pubblici funzionari che passano le notizie ai mezzi di informazione».

Pensa che vada limitato il ricorso alle intercettazioni come strumento privilegiato di indagine?
«Si dice che sono troppe. Ma non si possono fare raffronti numerici con altri Paesi, dove le intercettazioni di polizia o di sicurezza, a differenza dell’Italia, non sono autorizzate dalla magistratura. Anche fissare limiti temporali insuperabili mi pare controproducente: tre mesi, in genere, sono sufficienti; ma la scoperta di un traffico di clandestini, ad esempio, richiede sicuramente più di tre mesi».

Ma le intercettazioni non sono diventate una sorta di scorciatoia investigativa?

«Negli anni ’60 e ’70 si cercava la confessione; nei venti anni successivi si è cercato il collaboratore di giustizia; oggi, con il progresso tecnologico, la regina delle prove è l’intercettazione. Apparentemente è più comodo intercettare che impegnarsi nelle investigazioni tradizionali; ma solo apparentemente, perché poi bisogna leggere migliaia di pagine inutili per trovare la conversazione che eventualmente possa aver rilievo nel processo. E poi l’interpretazione delle intercettazioni nel processo è sempre aleatoria. Si tratta, comunque, di uno strumento molto invasivo: va usato con la consapevolezza dei valori in giuoco. In alcuni casi, infine, corruzione o mafia, l’intercettazione è insostituibile per conoscere i patti criminosi».

Presidente Violante, Rosy Bindi dice che Berlusconi è talmente «imbarazzante» che finché c’è lui il centrosinistra non può collaborare neppure a riforme, come quelle sulla giustizia, che magari ritiene necessarie, perché lo avvantaggerebbero. È d’accordo con questo atteggiamento, assai diffuso a sinistra?

«Rispetto questa opinione, ma Berlusconi non lo abbiamo scelto noi, lo ha scelto la maggioranza degli italiani. Il voto, soprattutto quando non piace, va rispettato. In campagna elettorale dicemmo che se avessimo vinto avremmo fatto le riforme con Berlusconi. Allora? Berlusconi va bene se perde e va male se vince? Anche io preferirei che ci fosse ancora Prodi o che avesse rivinto il centrosinistra. Ma si è perso, e bisogna agire politicamente nella situazione data».

Insomma, sulla riforma della giustizia con Alfano e Berlusconi si può dialogare o no?

«La politica consiste nel dialogo: altrimenti c’è lo scontro permanente e pregiudiziale di tutti contro tutti, oppure l’inerzia. O addirittura, per difendere una propria verginità, si finisce per lasciare le mani totalmente libere al proprio avversario politico: mi pare un errore. Va sostenuto lo sforzo di Walter Veltroni per costruire un rapporto non demonizzante tra i due schieramenti: non è debolezza, ma lungimiranza».

Perché è così complicato avviare un confronto sereno sulla riforma della giustizia?

«La magistratura è, insieme, potere dello Stato e servizio per il cittadino. Il centrodestra parla prevalentemente del primo aspetto, il centrosinistra e l’Anm del secondo. Bisogna invece affrontare entrambi gli aspetti, senza pregiudizi. Capisco le difficoltà dell’Anm, che deve tener conto degli umori dei suoi iscritti e delle pessime condizioni in cui sono costretti a lavorare. Ma i suoi dirigenti, che sono persone stimate, dovrebbero affrontare anche la questione del rapporto con gli altri poteri della Repubblica, per dare più forza alle proprie posizioni».

Nel merito, quali sono i capitoli su cui intervenire?
«Il Csm è troppo condizionato dalle correnti della magistratura. Spesso a discapito del merito dei singoli magistrati sulla cui carriera decide. Falcone, ad esempio, non solo non venne nominato consigliere istruttore, ma, fuori della burocrazia delle correnti, non venne neppure votato dai suoi colleghi per il Csm. Bisogna disarticolare le vecchie appartenenze: il Consiglio andrebbe eletto per un terzo dai magistrati, per un terzo dal Parlamento e per un terzo dal presidente della Repubblica tra personalità di particolare rilievo. Sull’efficienza le proposte dell’Anm mi sembrano condivisibili».

L’obbligatorietà dell’azione penale?
«È la contropartita costituzionale dell’indipendenza del pm dal potere politico. Ma la politica criminale non può essere demandata a ciascuno dei 2000 pm italiani: ci vuole l’intervento dell’autorità politica sui criteri di esercizio dell’azione penale. Il Parlamento, in sinergia con gli uffici giudiziari e il Csm, deve poter intervenire su tali criteri».

Il ruolo del pm e la separazione delle carriere?
«Oggi c’è confusione tra attività di polizia e attività del pm. In una sistema funzionante la polizia indaga per sapere se c’è un reato e il pm indaga perché c’è una notizia di reato. La differenza è grande. Al pm l’ordinamento consegna vasti poteri nei confronti delle libertà dei cittadini solo sulla base di un presupposto inequivoco: che ci sia una precisa notizia di reato. La polizia ha meno poteri perché deve cercare il reato; in compenso le sue indagini sono più ampie e informali. Ma nella pratica, da anni, anche per effetto di alcune ambiguità del codice, il ruolo della polizia è stato schiacciato dal ruolo del pm. Bisogna tornare ai principi della Costituzione: la polizia da una parte e il pm dall’altra, ciascuno con proprie attribuzioni. Quanto alla separazione delle carriere, mi chiedo: quanti pm chiedono di passare a fare il giudice e viceversa? Pochissimi. E stanno già nascendo due diverse culture professionali. In conclusione, sono contrario, alla separazione delle carriere: la pluralità delle esperienze ci dà magistrati migliori e un corpo di soli pm, separati dai giudici, sarebbe pericoloso per le libertà dei cittadini».