Giustiziato davanti alla moglie incinta

Paola Fucilieri

La sua giovane compagna, Hanan - una trentunenne con il corpo e il viso di un’adolescente - ieri mattina lo aveva confidato, preoccupata, a un’amica, mentre bevevano il caffè in un baretto della zona: «Il mio uomo ha appena litigato con degli albanesi. Adesso avremo sicuramente dei guai! Eppure è uscito di galera solo a gennaio! E poi lo sa che ha una famiglia, che siamo genitori di due figli piccoli e aspettiamo il terzo». La poveretta, purtroppo, aveva visto giusto, quasi intuisse che presto sarebbe rimasta vedova. Poco prima delle 18 di ieri pomeriggio, infatti, quattro slavi sono entrati con l’inganno nel suo bilocale e, dopo averla minacciata, hanno fatto fuoco sotto i suoi occhi sul marito che si era appena svegliato, in camera da letto. Quattro colpi sparatigli alle spalle con una pistola, dopo averlo fatto inginocchiare: due lo centrano all’altezza del torace (precisamente al cuore e alla spalla destra), un altro alla tempia. Un’esecuzione in piena regola. Una morte spietata e istantanea per Mohunahim Abdel El Grimi, 35 anni, pluripregiudicato originario di Rabat, Marocco.
L’omicidio è avvenuto alle 17.45 in un bilocale al secondo piano di uno stabile di via dei Panigarola, al Corvetto, una strada di squallide costruzioni Aler dov’è consistente la presenza della comunità araba. Il marocchino ucciso era un ex pugile, un marcantonio di quasi due metri, «un bel ragazzo dalla pelle chiara», come sottolineano i suoi conterranei, per evidenziare quasi con orgoglio i tratti distintivi e raffinati del morto. Un uomo che, seppur con nomi differenti, era una nota conoscenza delle forze dell’ordine. Ieri, infatti, la polizia ha contato ben quindici alias usati dal marocchino, nonché diversi precedenti a suo carico: per spaccio di stupefacenti, armi, sfruttamento della prostituzione e altri ancora. No, il nordafricano ucciso non era uno stinco di santo. Alcuni dei vicini che affollano il cortile di casa dopo l’omicidio si lamentano perché l’uomo aveva «rotto dei vetri». «Ma la moglie no - sono pronti a sostenere più o meno tutte le donne della zona che, almeno di vista, la conoscono -. Lei si fa chiamare Elena, ma è originaria di Casablanca. La prima figlia l’ha avuta dal marito, un italiano con il quale viveva a Como e che ha lasciato. Da oltre tre anni lei e il nuovo compagno, insieme ai bambini, vivono qui, occupando abusivamente un bilocale. Dopo che lui era uscito dal carcere l’ultima volta lei era rimasta incinta: da tre mesi e mezzo aspetta un altro figlio».
Storie di stranieri sbandati. Tanto sbandati che ieri pomeriggio nessuno fa caso più di tanto al «commando» di quei quattro che arrivano in via dei Panigarola su una station wagon di colore scuro, parcheggiano e scendono, dirigendosi decisi nel cortile della palazzina piena di bambini italiani e nordafricani. I quattro salgano al secondo piano di una delle tante scale, quindi bussano sicuri alla porta del bilocale dove Mohunahim vive con la famiglia. «Polizia» rispondono ad Elena che, prima di aprire la porta, chiede chi è. Lei non si insospettisce: il suo uomo entra ed esce dal carcere, ne avrà combinata un’altra delle sue. Quando la giovane donna spalanca l’uscio di casa, però, si trova davanti quattro uomini con il volto coperto da foulard e le pistole in pugno, che, senza troppi complimenti, la scaraventano sul divano. Poi sibilano: «Attenta che ammazziamo anche te».
Tutto si svolge in una manciata di secondi. Nel frattempo anche Mohunahim, che dormiva in camera da letto, si è alzato ed è uscito dalla stanza. Riconosce immediatamente uno dei quattro, capisce subito cosa vogliono da lui e, terrorizzato, cerca di scappare, ma dove? Terrorizzato e confuso rientra in camera da letto, gli slavi lo seguono, tenendolo sotto tiro gli impongono d’inginocchiarsi a terra. Poi, come in un film sulla mafia americana degli anni Trenta, lo giustiziano con quella raffica di colpi, sparatagli alle spalle.
E mentre la moglie, che urla e si dispera, viene portata via dalla polizia; mentre la sorella del morto, avvolta in un velo nero, ha la faccia che è una brutta maschera di dolore e i bambini - i soli ancora all’oscuro di tutto - sono rimasti dov’erano al momento del delitto, a casa di una vicina, adesso tocca agli investigatori della squadra mobile. Le loro indagini partono dal nome di uno del «commando» dei quattro. È un albanese della zona. Qualcuno, ieri pomeriggio, deve averlo riconosciuto.