Giusto cacciare Morgan da Sanremo

Domanda: è giusto escludere Morgan da Sanremo per l’intervista in cui dichiarava di fumare crack tutti i giorni? Risposta: sì, senza dubbio. Avvertenza: qui non si intende fare della demagogia d’accatto e pertanto diciamo subito che la proposta di fare il test anti droga a tutti gli artisti che saliranno sul palco dell’Ariston è una solenne sciocchezza (non a caso, l’idea è sostenuta dai giovani comunisti e dall’onorevole Alessandra Mussolini). Né vogliamo fare gli ipocriti: sappiamo perfettamente che una percentuale non quantificabile ma statisticamente assai rilevante di chi si esibirà al Festival fa uso di sostanze stupefacenti come e più dell’ex cantante dei Blu Vertigo.
Ma il problema non sta nei comportamenti privati degli artisti o di chicchessia. Il problema sta negli «insegnamenti» pubblici. E qui, avendo visto personalmente e molto da vicino le devastazioni prodotte dalla droga, penso che un pizzico di sano moralismo sia d’obbligo. Morgan deve essere cacciato non «perché è un drogato», ma perché ha fatto l’apologia della droga. E, per di più, l’ha fatta dopo essersi ritagliato, con X Factor, un ruolo diverso da quello di «artista maledetto». Volente o nolente, quella trasmissione, rivolta a un pubblico giovanile, l’ha trasformato in un piccolo maestro mediatico. Succede spesso in questi casi e forse i protagonisti ne sottovalutano l’impatto: la notorietà televisiva conferisce a quello che viene detto un moltiplicatore. Certe parole, pronunciate da una sorta di «ex cathedra catodica», acquistano un fascino particolare e, in questo caso, nocivo.
Morgan non può dire che fuma coca tutti i giorni (anzi, crack: vale a dire un ancor più pericoloso cocktail di cocaina ed eroina) e tesserne l’elogio («apre i sensi», «fa bene») senza trasmettere un messaggio potenzialmente devastante per un giovane che lo ascolta o lo legge. Si obietterà: tanti cantanti, ben più famosi e seguiti di lui, da Lou Reed a Eric Clapton, da Eminem ai Rolling Stones, hanno fatto lo stesso nelle loro canzoni. Vero. Ma, come spiega meglio di me in queste pagine Luigi Mascheroni, c’è un filtro artistico che ne attutisce gli effetti: un patto non scritto tra autore e fruitore per il quale l’opera viene percepita come tale. Cioè non realtà, bensì «rappresentazione».
Morgan, con la sua intervista, è entrato nel mondo reale. A parlare dalle pagine di Max era Marco Castoldi (il suo vero nome) però ammantato dall’aura televisiva di Morgan. E quello che ha detto, non la confessione della debolezza ma la rivendicazione orgogliosa dello sballo, è stato profondamente sbagliato. Morgan vuol continuare a giocare al «maudit»? Faccia pure. Ma non può pretendere una comoda poltrona nella buona società. Sanremo è la buona società e nei salotti «tradizionali» i maledetti sono rimasti sempre fuori. Con orgoglio e pagandone il prezzo. Senza aggrapparsi a pretesti regolamentari. Il «maudit» da salotto ha un altro nome. E non è lusinghiero.
Anche per questo Morgan non può entrare all’Ariston. E sbaglia pure il direttore generale della Rai, Mauro Masi, quando gli riapre le porte «a condizione che si sottoponga a un programma di recupero». Ancora una volta: il punto non è se il cantante si droga o meno. Il punto è che con le sue parole in questo momento è percepito come un propagandista della droga. Al quale sarebbe sciagurato concedere una platea di 10-11 milioni di spettatori moltiplicati per due-tre serate. Quindi giusto che se ne resti a casa. A costo di fargli il più grande dei favori: quella pubblicità che (forse) era l’unica cosa che cercava fin dal primo momento.