Giusto Consiglio sugli stranieri

E mai più giusto, tempestivo, adeguato fu il consiglio! No, per carità, non ci riferiamo ad alcun tipo di esortazione, ma di certo, alla benemerita sentenza pronunciata dal Consiglio di Stato, in merito alla concessione, da parte di alcuni sinistrorsi Comuni, del diritto di voto a tutti gli extracomunitari residenti sul territorio interessato da tornate elettorali amministrative.
Succo della sentenza: bravi, ci avete provato, ma rimaniamo seri, per piacere.
Certo, forse non dovremmo essere così ironici, data la gravità della tentata stortura politica, ma, vista la palese incostituzionalità dei provvedimenti in questione, la sentenza del Consiglio di Stato arriva scontata, assai simile ad uno scappellotto di un padre vagamente irritato per le marachelle di Pericu e fratellini sinistri.
E noi un po’ gongoliamo. Da un lato pensando al Comune di Genova, a quello di Roma, a quello di Torino, coi loro rispettivi sindaci affranti per quelle migliaia di voti assistenziali appena sfumati, dall’altro, gongoliamo ancora, per un’amministrazione centrale, parola tanto vituperata in questi ultimi anni, che, devoluzione o meno, si mostra ancora forte e soprattutto sana di mente.
Già, sana di mente, perché, anche se sono fin troppo evidenti le pecche incostituzionali del voto amministrativo agli immigrati (art. 48: sono elettori tutti i «cittadini»), un po’ di buon senso per opporsi a ciò che è demagogico ed eversivo, andando oltre al semplicemente giuridico, era necessario, e in un paese non tanto normale come il nostro, dove il buon senso spesso manca, la questione si poteva fare spinosa.
Sì, abbiamo detto demagogico ed eversivo, che Pericu non ce ne voglia a male; ma il voto agli extracomunitari residenti sul nostro territorio non solo rappresenta una palese violazione dei termini costituzionali ma, soprattutto, evidenzia un modo di pensare, di intendere la politica assai pericoloso; esso vuole sostituire il concetto di città, di popolo, di comunità politica, la vorrebbe degradare ad un vasto consiglio d’amministrazione dell’impresa Genova, sciolta da ogni identità, aperta a chiunque vi desideri mercanteggiare, mettendo sullo stesso piano, sulla stessa bilancia lavoro e voto politico. Un parallelo becero, assai utilitaristico, pericoloso se fatto verso comunità ancora radicate nelle proprie identità, nelle proprie fedi, a volte, purtroppo, nei propri fondamentalismi.
E chi oggi difende tale modo di pensare e tale progetto, commette un grave errore, in nome di un bacino elettorale soltanto sulla carta tutto di sinistra che, con rammarico di molti, potrebbe invece rivelarsi non di destra, non di sinistra, ma solo comunitario o religioso.
Ma il nostro beneamato sindaco, ancora dopo la sentenza del Consiglio, si dice pronto a continuare sulla strada dell’integrazione ricorrendo ad ogni tipo di ricorso, con buona pace dei bagnanti levantini, degli abitanti di Corniglliano, e di tutti coloro che subiranno l’aumento dell’Ici. Ma forse essere un sindaco di sinistra vuol dire proprio questo, amare le comunità altrui, malgovernare e disprezzare la propria.