«Giusto la fine del mondo», dramma tra finzione e realtà

Un testo tutto da ascoltare. Con discrezione e grande sensibilità. La stessa che ha guidato la mano di Luca Ronconi nel mettere in scena il dramma dell'Aids e l'incapacità del protagonista di parlare della malattia alla famiglia. In prima nazionale al Piccolo Teatro Studio fino a giovedì 9 aprile, Giusto la fine del mondo di Jean-Luc Lagarce, l'autore teatrale contemporaneo più rappresentato nelle sale francesi. Prodotto dal Piccolo, lo spettacolo (il testo è pubblicato da Ubulibri a cura di Franco Quadri), fa parte del Progetto Lagarce, diretto dallo stesso Ronconi, e segue il successo de I pretendenti, firmato da Carmelo Rifici, del mese scorso. «Lagarce - spiega il direttore artistico Sergio Escobar - ha saputo con grandissima finezza trasferire sulla pagina scritta, e poi in teatro, la sconcertata consapevolezza della sua generazione di camminare sola, nella notte, incapace di levare quel "grande grido di gioia" che solo potrebbe segnare una svolta». In scena la storia di Louis, malato di Aids che va a trovare la sua famiglia, dopo una lunga assenza interrotta di tanto in tanto da brevi messaggi scritti su cartoline illustrate. Il protagonista torna perché sente la morte arrivare e per questo vuole essere lui stesso a comunicarlo con le sue parole ai suoi cari. Scritto da Jean-Luc Lagarce (a lui sono dedicati ovunque convegni, pubblicazioni, tesi di laurea; i suoi testi tradotti in una dozzina di lingue, sono sempre più rappresentati anche all'estero), morto di Aids nel 1995 a trentotto anni prima di sapere d'essere sieropositivo, la finzione drammaturgica di Giusto la fine del mondo incrocia la storia personale del suo autore. «Questo lavoro - spiega Luca Ronconi - è prima di ogni altra cosa un testo che pretende l'ascolto. Il linguaggio di Lagarce chiede di essere rispettato in tutte le sue difficoltà, asperità, ambiguità: ed è un linguaggio che può anche sconcertare». Ma anche disorientare per l'oscillazione della collocazione temporale: la commedia infatti si svolge o in un'unica giornata, o, anche, durante tutto un anno. In questo caso Louis è già morto e i familiari ne parlano a posteriori, mentre la cognata, l'unica estranea al legame di sangue, è rimasta nel tempo presente. «Durante le prove - continua Ronconi - ho fornito agli attori un'indicazione: "Cercate di non recitarlo come se aveste tra le mani una commedia di Pirandello". Il paragone con l'autore siciliano sorgeva spontaneo. Ma mentre per Pirandello l'elaborazione linguistica è richiesta dall'assurdità dei concetti espressi, nel testo di Lagarce è tutto all'opposto: la complessità verbale svela la semplicità assoluta di sentimenti e di emozioni molto profonde, talmente profonde che i protagonisti non riescono ad enunciarle». Oltre al protagonista, tutti i personaggi impersonano solitudini con una fortissima tensione emotiva e affettiva verso gli altri. Louis è il figlio che è riuscito ad andarsene di casa e a costruirsi una vita propria; mentre il fratello Antoine non ce l'ha fatta. E mentre la madre insiste sul punto «dolente» del fratello maggiore come modello, Antoine avrebbe voluto fare quello che Louis è stato capace di fare. La famiglia quindi, e le sue relazioni conflittuali, che spingono ad andare (Luis) o restare prigionieri di un contesto inalienabile. Il rapporto del protagonista con la madre, da sempre difficile, si acuisce con il ritorno del figlio. Apparentemente la donna ha raggiunto una pacifica indifferenza, anche se dice a Louis cose terribili, per poi rimproverargli la «detestabile» calma con cui reagisce. Ma al tempo stesso è emozionante la sua accettazione dell'omosessualità del figlio, accompagnata però dal fastidio per il modo in cui Louis la vive. Un'altalena di sentimenti che impedirà al protagonista di riuscire a portare a termine quello che si era prefissato e che ancora una volta lo imbriglierà in una rete inestricabile che neanche dinanzi alla morte scioglierà i suoi legacci d'amore.