«Giusto imporre priorità ai Pm»

L’ex sostituto procuratore: «L’azione penale deve seguire criteri stabiliti dal Parlamento. È da dieci anni che auspico un intervento»

nostro inviato a Tropea (Vibo Valentia)

Magistrato, scrittore, oggi politico. E anche avvocato, attraverso il protagonista dei suoi libri, Guerrieri. Gianrico Carofiglio, senatore del Pd e membro della commissione Giustizia, con la sua opera Ragionevoli dubbi ha vinto ieri sera la seconda edizione del Premio Tropea, prevalendo su Prima esecuzione di Domenico Starnone e La mano che non mordi di Ornela Vorpsi, grazie al voto dei 409 sindaci calabresi. E dalla cittadina commenta il braccio di ferro tra magistratura e politica.
Siamo di nuovo allo scontro, senatore Carofiglio?
«Più che di scontro, parlerei di aggressione di taluni politici a taluni magistrati. Per me è sempre importante che ci sia una netta distinzione degli ambiti, senza sconfinare. Bisogna uscire dalla logica devastante del dualismo politica-magistratura e cercare il dialogo».
Da magistrato passato alla politica, come giudica il modello di un altro ex pm, il suo collega Di Pietro?
«Non mi piacciono i toni di Di Pietro. Semplicemente, non è il mio stile. Io cerco di essere sempre distaccato. Quando ero sostituto procuratore antimafia a Bari dovevo star zitto e lo facevo. Ora, invece, posso parlare liberamente, ma preferisco ragionare in modo pacato».
C’è troppo protagonismo tra le toghe?
«Esiste, ma è circoscritto a pochi che fanno molto parlare di sé. Per me, il magistrato deve preferire il silenzio. Il fenomeno va criticato e, in caso, anche represso».
Come?
«Se certi comportamenti rientrano negli illeciti disciplinari il Csm deve intervenire. Chi parla delle proprie vicende giudiziarie sbaglia ed è sempre negativo usare troppa enfasi sui problemi della giustizia. Anch’io a volte ho denunciato colleghi per comportamenti scorretti: non ci vuole alcuna difesa corporativa. Altrimenti, si nuoce ai tanti magistrati che lavorano bene e in silenzio».
Serve una riforma del Csm?
«Il Consiglio potrebbe fare di più, ma registro che la giustizia disciplinare dei magistrati è oggi la più dura ed efficace di quelle di categoria. Ciò non significa che il sistema non possa essere migliorato».
Che modifiche propone?
«Servirebbe una seria riforma degli illeciti disciplinari, quella fatta da poco era segnata da uno spirito punitivo verso i magistrati. Ma è giusto agire sulla responsabilità disciplinare, per eliminare certe vischiosità, certi corporativismi che esistono. Quando un giudice ci mette 8 anni a depositare una sentenza, è chiaro che il problema dei ritardi non si affronta adeguatamente».
Parla del caso Pinatto: ora il Csm l’ha radiato ma c’è anche una responsabilità dei capi degli uffici?
«Non c’è dubbio. Ed è un problema anche culturale. Ho conosciuto un vicecapo della Procura distrettuale del Massachussets che aveva 38 anni, da noi a un posto del genere arrivi a 65. Quale azienda privata punta su un manager di quell’età? Molte cose vanno cambiate».
L’obbligatorietà dell’azione penale è ancora un tabù?
«No, sarei favorevole ad un intervento e lo dico da 10 anni. Così com’è oggi è una foglia di fico. E ognuno si fa i suoi criteri di priorità. Invece, dovrebbe essere il Parlamento a stabilirli, in base alla politica criminale necessaria in un certo momento storico. Ci vogliono meccanismi di “discrezionalità vincolante”, che in parte già esistono come nel processo minorile. Per individuarli serve un’attività istruttoria sulla base delle indicazioni del Csm e delle procure. Tutto questo sotto il controllo del giudice: non dovrebbe mai essere il pm che si autoarchivia. Ma ci vuole un dibattito serio e un intervento costituzionale».
Sull’immunità parlamentare si può discutere?
«È stata eliminata perché ha dato cattiva prova di sé. Ora vogliono il cosiddetto Lodo, che non è un accordo ma solo una proposta di Alfano, nata sull’urgenza di processi pendenti del premier. Si dice che all’estero lo scudo esiste, ma è solo per il presidente della Repubblica, non per il premier. Semmai, c’è l’autorizzazione a procedere. E non mi spaventa che se ne discuta per reintrodurla, ma in un’ottica seria e chiara d’ingegneria costituzionale, senza schiaffi al Parlamento».
Il suo avvocato Guerrieri ha fiducia nella terzietà dei giudici?
«Per saperlo, bisogna leggere i miei libri. Di Guerrieri posso solo dirle che, arrivato in Parlamento, ho scoperto che ha tanti fan anche tra i colleghi del Pdl e l’anno prossimo uscirà un’altra delle sue storie, insieme a un breve romanzo generazionale su Bari, la mia città».