«È giusto legalizzarci se rispettiamo le regole»

«Ci serve per la dichiarazione dei redditi, così anche noi possiamo avere la pensione»

«Ma quella è matta; una che fa la ricevuta fiscale ai clienti è proprio fuori di testa!». L’iniziativa di Francesca N., lucciola di casa sulla statale Vigevanese alle porte di Milano, che caparbiamente continua a «fatturare» il proprio lavoro sul quale pagherà poi le tasse, per «non aver grane», proprio non va giù alle sue colleghe. Come mal digeriscono tutto il polverone sollevato dai media sulla vicenda, dopo la pubblicazione di un articolo sul Giornale.
«Loro dicano quello che vogliono - ribatte Francesca -; io ho fatto una scelta difficile, quella di lavorare in strada alla mia età, e mi sono data al tempo stesso regole precise su come comportarmi. Niente clienti a casa, o in alberghi, niente prestazioni strane ma normalissime e soltanto in auto. Soprattutto niente protettori. E in aggiunta – sottolinea - ricevuta fiscale bollata per tutti, con l’importo vero pagato. In un momento come questo che anziché legalizzare il nostro lavoro, si vuole penalizzarlo, vietandone l’esercizio, voglio dormire tranquilla: con la mia coscienza e anche con il Fisco».
Il mestiere più vecchio del mondo Francesca lo esercita soltanto da qualche mese. Da quando a 46 anni si è ritrovata senza un soldo, senza un lavoro e con una casa seppur piccola da mantenere. «Ero disperata e piuttosto che farmi assistere dai servizi sociali o, peggio, andare a rubare, visto che non sono ancora così decrepita da buttarmi via, ho scelto di vendere il mio corpo diventando una prostituta come tante altre, ma alla luce del sole e senza vergogna. Sin da giovane nella mia vita ho sempre rispettato le regole, non vedo perché diventando lucciola dovrei cominciare adesso a fare diversamente. È vero, voglio pagare le tasse, ma chiedo anche che lo Stato ci dia la possibilità di legalizzare completamente la nostra professione, da tanti odiata, ma da altrettanti amata».
Il cruccio di Francesca è quello della pensione. Per avere la minima deve totalizzare almeno 20 anni di contributi previdenziali. «E io ne ho soltanto 15 – spiega -; se potessi aprire una partita Iva esercitando come gli altri il mio, anche se particolare lavoro autonomo, potrei continuare con i versamenti. Ma nell’elenco delle professioni abilitate a emettere fattura quello della prostituta qui in Italia non c’è. Almeno per il momento». Così, nella speranza che prima o poi anche a questa categoria vengano riconosciuti diritti sociali come succede in altri Paesi europei, lei continua a «certificare» il proprio reddito, sperando un giorno di poterlo utilizzare in qualche modo, visto che ci pagherà le tasse. La sua giornata comincia presto. Esce di casa alle 10 e alle 10,30, dopo una lunga camminata di mezz’ora, è già in attività. Lavoro sei ore al giorno, incontra al massimo sei, sette clienti e alle 16,30 stacca e rientra sempre a piedi, per riprendere una vita del tutto normale e per molti versi anche piatta. «È una donna sola che ha dovuto fare quella scelta non avendo nessuno che la potesse aiutare – raccontano i vicini –. Al di là del lavoro che svolge per mantenersi, bisogna riconoscerle grazie all’iniziativa di certificare quanto guadagna una qualità rara nell’ambiente in cui opera: l’onestà».