Giusto il test agli stranieri. Lo facevano i nostri nonni

di Luca Zaia
presidente della Regione Veneto

Quante volte, nel ricorrente dibattito sull'immigrazione in Italia, ci siamo trovati a discutere o a prendere d'esempio il caso statunitense? Molto spesso, per la verità, tirato per la giacchetta da insigni intellettuali e politici da salotto, dimentichi delle differenze profonde - di storia, cultura ed economia - esistenti fra il nostro Paese e l'America di Barack Obama.

Mi viene in mente oggi - dopo l'approvazione del Decreto sull'esame di italiano obbligatorio per gli immigrati - che proprio ad Ellis Island, sotto cappelli e giacche impolverati dalla lunga traversata in mare, i nostri nonni e bisnonni aspettavano il visto d'ingresso. E si sottoponevano ad un esame di alfabetismo, introdotto con la restrizione dei flussi migratori nel 1917.

Oggi, per ottenere un visto di lungo periodo, gli immigrati in Italia dovranno sostenere un piccolo test di conoscenza della lingua italiana. Si tratta di un passo importante compiuto verso l'integrazione concreta di coloro che scelgono di vivere sul nostro territorio, lavorando.

Persone come Mohamed Fikri, l'operaio edile coinvolto suo malgrado nella terribile scomparsa di Yara Gambirasio, a Brembate di Sopra, in provincia di Bergamo. Fermato e interrogato dalla magistratura inquirente, Fikri è stato poi rilasciato perché innocente: la conversazione in arabo intercettata e che aveva portato al suo fermo, era stata tradotta male. Fikri parla un arabo bastardo, con un accento ormai naturalmente bergamasco. Conosce la nostra lingua e rispetta le regole del territorio che l'ha ospitato. È un immigrato regolare, integrato, lavoratore.

Questa è l'immigrazione che ci piace, che vorremmo. Un'immigrazione governata, e non subita dalle città e dalle province italiane, fondate su un patrimonio di lingue materne, di culture, di tradizioni e di leggi da rispettare che devono essere conosciute e accettate dagli immigrati realmente intenzionati a costruirsi una vita qui.

Non può esistere integrazione senza legalità, senza dialogo e senza confronto. E in questo senso la conoscenza della lingua - intesa non come insieme di fonemi e regole grammaticali, ma come lo sviluppo storico di una regione del mondo, come linguaggio - non è un dettaglio trascurabile, ma il presupposto primo del convivere civile.
Presidente della Regione Veneto