Giusto vincere senza merito

Il fortunato vincitore della lotteria della Befana, che la notte scorsa si è scoperto proprietario di un biglietto da 5 milioni di euro, con ogni probabilità non si porrà problemi teorici in merito a come una società va organizzata. È però fuori discussione che l’idea che qualcuno possa realizzare vincite colossali, dettate unicamente dal caso, suona sgradita a quanti vorrebbero una società di eguali o nella quale, comunque, le diseguaglianze siano il risultato di un disegno a vocazione egualitaria.
La versione più illustre di tutto ciò si trova in John Rawls, che in «Una teoria della giustizia» del 1971 costruisce la propria filosofia politica con l’obiettivo di limitare le conseguenze della cosiddetta «lotteria naturale», ossia l’ineguale distribuzione di talenti e risorse dettata dal fatto che si può nascere in questa o quella famiglia. Ma anche taluni di coloro che sono favorevoli al libero mercato spesso mostrano di non amare un successo che arrivi «senza merito».
È certo vero che una società liberale non può sopravvivere senza una qualche valorizzazione di chi maggiormente si dà da fare. Ed è proprio la convinzione che se ci si impegna è possibile ottenere buoni risultati che spinge gli studenti a studiare. Ma dopo aver riconosciuto l’importanza di un sistema di incentivi, bisogna subito aggiungere che in una società liberale il merito è ben lontano dal decretare in maniera rigorosa successi e fallimenti. Vi sono attività imprenditoriali che sono premiate da un insieme di circostanze in qualche modo fortuite (come quando si acquistano titoli che conoscono un’impennata della loro quotazione), mentre iniziative che sono state a lungo studiate possono rivelarsi fallimentari per ragioni casuali.
Una società libera non può essere una società in cui i «meriti» (qualunque cosa ciò significhi) sono premiati in modo proporzionale. Imperfezione e imprevedibilità sono elementi ineliminabili di ogni società che voglia ospitare gli uomini così come sono.
Per di più, una società che volesse essere giusta perché meritocratica dovrebbe minare i due pilastri fondamentali di un ordine di libertà: la proprietà privata e la famiglia. In effetti, una società radicalmente meritocratica dovrebbe impedire i doni e le eredità, scongiurando il rischio che le gerarchie sociali siano dettate dall’arbitrio. Un ordine retto dal merito dovrebbe ripetutamente invocare l’azione di un Potere incaricato di ridisegnare la società secondo i criteri «morali» di chi pretende che a ogni titolo di proprietà e a ogni posizione sociale corrisponda una qualche virtù.
Uno dei motivi di avversione alle vincite decise dalla Dea bendata è connesso al discredito morale che avvolge il gioco d’azzardo. Ma se da un lato è fuori discussione che vi siano elementi patologici e di dubbia moralità nel comportamento di chi mette a rischio le proprie risorse, è pure chiaro che una società che si volesse integralmente «moralizzata» finirebbe per negare ogni spazio di libertà.
Per giunta, è evidente come la nozione di merito sia quanto mai equivoca e sfuggente. In genere i fautori di una società meritocratica tendono a non tematizzare il carattere «immeritato» delle qualità ottenute dalla natura e anche dalla nascita, per poi focalizzare la propria attenzione sul gioco sociale. Spesso rimane al di fuori di ogni vaglio il patrimonio genetico, mentre non lo sono i patrimoni in senso stretto. A ben guardare, però, le stesse opportunità di successo riconosciute a quanti hanno avuto dalla natura un ricco corredo non sono il frutto di un surplus di impegno e determinazione.
Per questo motivo, una società che voglia essere meritocratica è costretta ad esserlo in maniera molto incoerente e parziale, oppure deve accettare di imboccare una strada particolarmente illiberale.
Una società che volesse basarsi sul merito sarebbe poi del tutto invivibile, specialmente per quanti venissero a trovarsi al fondo della gerarchia sociale. In un tale ordine sociale, gli ultimi sarebbero per definizione i meno meritevoli e il loro fallimento coinciderebbe con la loro colpa. Nelle nostre società largamente imperfette, non avere successo può essere la conseguenza di molte cose: poco impegno, certo, ma anche il prevalere di chi è più rapace, la sfortuna che colpisce (alla cieca), una qualche ritrosia a imporsi. In un ordine retto dal merito, invece, verrebbe meno ogni alibi.
Il limite principale di una società la quale si voglia basata sul merito è che essa pretende di realizzare un ordine immune da imperfezioni.
Una società libera è invece soltanto una società in cui i titoli di proprietà conseguiti legittimamente sono tutelati. La sua è una giustizia unicamente «di primo grado», perché nessuno può imporsi sugli altri per ottenere risorse. Resta però del tutto aperta e indefinita l’intera questione della giustizia «di secondo grado», come nel caso di un ricco genitore che debba decidere come dividere tra i propri figli i beni di cui dispone. Tale ordine di giustizia esclude quindi la coazione, ma non è in grado di evitare una scelta come quella compiuta da Re Lear quando disereda la figlia Cordelia. Non c’è quindi alcuna assolutezza in tale ordine giuridico, ma solo l’impossibilità di usare violenza, poiché l’unica maniera per procurarsi ciò che si desidera consiste nello scambiare, lavorare, ricevere doni. O anche nel comprare un biglietto vincente della lotteria.
Chi è fortunato non ha alcun merito nel momento in cui diventa milionario, ma il suo gesto delinea un ordine di libertà e ad un tempo di imperfezione che ogni liberale può solo apprezzare.
Direttore «Teoria e politica» dell’Istituto Bruno Leoni