Glaxo, sei anni di fango sui primari: assolti

Sei anni fa, più o meno di questi tempi, venivano travolti tutti da una tempesta mediatico-giudiziaria. Sei anni dopo cala il sipario sull’intera, sconcertante vicenda. E anche gli ultimi 42 imputati, eccellenti nomi come il professor Umberto Tirelli, primario di Oncologia all’Istituto dei Tumori di Aviano, scoprono, che anziché in una tempesta erano finiti dentro una bolla di sapone. Che si è puntualmente dissolta dopo aver vagato, spinta da correnti varie, nelle aule giudiziarie d’Italia. Tutti assolti. «Perché il fatto non sussiste».
La battezzarono «Operazione Giove» quell’inchiesta, decisamente maxi, della Guardia di Finanza del Veneto, coordinata dal pm di Verona Antonino Condorelli: 2.974 persone, soprattutto medici, sotto accusa, in 15 regioni italiane. In un normale controllo sui bilanci della Glaxo, leader del pianeta farmaci, i finanzieri s’insospettiscono per 100 milioni di euro stanziati dall'azienda nel 2001-2002 sotto le voci di «Other Promotion» e «Medical Promotion» e il contenuto di alcune e-mail, lettere e circolari interne in cui si spiegava la filosofia del contatto diretto col medico, e si dettavano ai rappresentanti farmaceutici una serie di regole «comportamentali». Gli investigatori vogliono vederci chiaro finché intercettazione dopo intercettazione, verbale dopo verbale, sono pronti per dare la scossa di terremoto nella «celebre» conferenza stampa di Mestre in cui il colonnello della Gdf Giovanni Mainolfi dichiara: «Siamo di fronte a un articolato sistema di frode realizzato dalla società farmaceutica mediante la conclusione di accordi illeciti con gli operatori sanitari». Il direttore della Glaxo Giuseppe Recchia promette di collaborare con le autorità: «Non abbiamo alcun bisogno di promuovere i nostri prodotti se non nel modo corretto».
Gli investigatori sono convinti che i medici, nessuno escluso, più farmaci Glaxo ordinavano più guadagnavano. Mazzette da 5 milioni di vecchie lire per il camice bianco di medio prestigio fino a 50 milioni per il primario, o il «barone» della clinica, pagate sotto forma di collaborazioni a una società di servizi collegata alla Glaxo per fittizi programmi di ricerca, convegni fasulli, inutili borse di studio, banali questionari. E poi gadget, macchinari, apparecchiature mediche, e medical tours che in realtà sono vacanze, a Montecarlo (nei giorni del gran premio automobilistico), Sharm El Sheikh, Damasco, Berlino. «Tutti hanno preso soldi» è il refrain degli investigatori che rimbomba soprattutto alla Procura di Verona. Vengono denunciato per corruzione l’ad Glaxo Dipangrazio, 14 primari (fra i più noti Tirelli e il veneziano Giorgio Paladini, responsabile di Medicina dell’Ospedale Maggiore di Trieste), otto docenti universitari. L’inchiesta fa lievitare numeri importanti: 80 perquisizioni, decine di pc sequestrati, controlli in 45 Asl, 13.200 ore di intercettazioni telefoniche. Poi si sfilaccia in mille brandelli ma si respira già l’aria di una mezza «bufala» nel marzo del 2007, quando nell’udienza preliminare in Tribunale a Verona il Gup decide che, dei 142 imputati per cui la Procura di Verona aveva chiesto il rinvio a giudizio, solo 42 avrebbero dovuto comparire in aula mentre tutti gli altri vanno prosciolti.
Altri 700 giorni e oggi «la fine di un incubo - si sfoga il professor Tirelli - perché nonostante gli accertamenti nel mio Istituto avessero escluso ogni mio illecito, la campagna infamante contro di me non si è mai fermata. Ho subìto aggressioni fisiche e verbali. Ho dovuto cambiare una macchina appariscente perché la gente per strada mi accusava di averla comprata coi soldi della Glaxo. La mia vita è stata sconvolta da titoli come quello dell’Espresso: «Camici sporchi». Mia madre, ottantenne, ha avuto un mezzo infarto quando ha visto la mia foto in prima pagina sulla Gazzetta di Reggio. Riconquisto la serenità a duro prezzo. La mia terribile esperienza dovrebbe suggerire alla magistratura di procedere con più cautela. Si dovrebbero sorteggiare giornalisti e magistrati e far passare loro esperienze simili. Solo così capirebbero come ci si sente quando, sapendo di essere innocenti, nessuno ascolta la tua voce».