Gleijeses: «Sono l’Erede di Eduardo»

Oggi la regista Shammah porta in scena il testo di Eduardo, inaugurando al Piccolo la stagione teatrale del Parenti

Enrico Groppali

È impossibile non trovarlo simpatico, educato e gentile com'è, questo napoletano che pare uscito da un college viennese e che, a soli ventisei anni ebbe l'audacia di scritturare la veterana Pupetta Maggio mettendosi non solo in 'ditta' ma in discussione col revival di uno dei testi più ostici del repertorio partenopeo, e del repertorio poetico tout court: Il Voto di Salvatore Di Giacomo.
Lo dico a Geppy Gleijeses e la risposta,da parte di questo giovanottone di quarantott'anni che ne dimostra ventotto, è una fresca risata di gola. Inutile chiedergli quanti spettacoli,in trent'anni di teatro, ha montato con la sua troupe. Lui non se li ricorda proprio. Sondiamolo, invece, sui suoi rapporti con Eduardo e vediamo cosa ne esce.
Geppy, stasera debutti con Io,l'erede,uno dei copioni più misteriosi del nostro massimo poeta della scena. Ma il tuo sodalizio con Eduardo, mi dicono risalga ad anni lontani. Vero o falso?
«Non vero, verissimo. Appena diciassettenne, di nascosto da mio padre, un gentiluomo all'antica la cui massima trasgressione era stata quella di debuttare come tenore al San Carlo, mi presentai al maestro chiedendogli un'audizione. Che non solo mi fu accordata, ma mi procurò una scrittura».
Hai debuttato sotto la sua guida?
«No, perché il liceo incombeva, la famiglia si adirava, la laurea era in predicato negli anni avvenire e così, con molta malinconia, fui costretto a rifiutare un ruolo in quella meravigliosa pièce,di sapore pirandelliano, che si chiama Il figlio di Pulcinella».
Che poi, qualche anno fa, hai interpretato con la regia di Guicciardini...
«Dopo essermi allontanato dalla Compagnia del Collettivo che voleva, con me protagonista, piegarla a un discorso politico, anzi a una contestazione generale che non mi convinceva affatto. Ma veniamo a Io,l'erede, che oggi è una sfida, una denuncia, un'autentica follia da portare in scena».
Come mai?
«Perché Ludovico Ribera,il protagonista, tornato nella sua città natale dopo trent'anni d'esilio, vuole surrogarsi,elevarsi,proporsi come legittimo intestatario dei titoli e dei denari di un padre che non ha mai conosciuto».
Tutto qui?
«In un momento storico come il nostro dove il contrabbando delle lauree false, l'affannosa ricerca di un'identità perduta, la confusione delle lingue e l'incertezza sul proprio futuro portano a una nuova Babele, dove non sai più chi sei, a quale gruppo etnico appartieni e quale divinità guidi i tuoi passi sul sentiero della conoscenza, questo copione di Eduardo rivela una sorprendente attualità».
So che stai per esordire nella regia cinematografica. Quando darai il primo ciak?
«Ad aprile comincia la lavorazione di Ragazze sole con qualche esperienza, il film tratto dalla pièce di Enzo Moscato che da tre anni porto in giro per l'Italia nelle vesti di un trans vittima della camorra».
Un'ultima domanda: cosa rimpiangi del passato e cosa ti auguri per il futuro?
«In passato rimpiango,per impegni assunti in precedenza, di non essere stato Trinculo, agli ordini di Strehler, nella Tempesta. In futuro? Beh,e se interpretassi Tartufo? Vorrei fare un napoletano inurbato a Venezia che parla in un impasto gergale degno dell'Accademia della Crusca. Che ne dici?» .