«Globali» e soddisfatti questo mondo è possibile

Che il commercio arricchisca tutti i Paesi che vi sono coinvolti è un principio antico almeno quanto La Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith. Diversamente da quel che accade per altre, meno intuitive «leggi» economiche, in questo caso ci troviamo di fronte a una constatazione banale: se l’Italia è efficiente nel produrre vino e inefficiente nel produrre birra, e la Gran Bretagna il contrario, converrà a entrambe concentrarsi sulla merce che sanno fare, e importare l’una dall’altra quella che invece fanno male.
E tuttavia, sarà anche un principio antico e banale, ma tutti quelli che hanno innalzato la bandiera dell’anti-globalizzazione - che, non lo si dimentichi, è prima di tutto un fenomeno relativo ai flussi commerciali - paiono proprio esserselo dimenticati. Alla crescente interdipendenza economica del mondo imputano il travaglio inumano dei bambini del Sudest asiatico e i cassintegrati della pianura padana, la sostituzione dell’ipercalorico Big Mac ai dietetici bucatini all’amatriciana e la morte dei neonati nutriti con latte in polvere e acqua malsana. Mentre a quell’interdipendenza dimenticano (vogliono dimenticare) di imputare uno dei pochi fenomeni che con ragionevole certezza possiamo effettivamente considerare una sua diretta conseguenza: la crescita economica.
Non è male perciò, non foss’altro che per rimettere un po’ a posto le cose, che escano libri come l’Elogio della globalizzazione di Jagdish Bhagwati (Laterza, pagg. 418, euro 19), economista indiano trapiantato in America e uno dei massimi esperti mondiali di commercio internazionale. Bhagwati compie in realtà un’operazione piuttosto semplice: da un lato ci ricorda che la teoria economica classica tutti i torti non li aveva, e che commerciare rende davvero tutti più ricchi; dall’altro rispolvera un’antica constatazione di senso comune anch’essa caduta ormai in disgrazia, almeno nell’opulento Occidente: quella per la quale coi soldi i problemi, se non proprio tutti, certo si risolvono in buona parte - per la quale cioè il progresso economico generato dalla globalizzazione si traduce molto spesso in progresso sociale.
Come accade ad esempio nel caso del lavoro minorile. Del quale la globalizzazione commerciale è cura più che causa - proprio perché si tratta di un problema generato dalla miseria, la cui soluzione realistica va cercata nella crescita economica ben più che in provvedimenti legislativi o boicottaggi di dubbia efficacia. O ancora, nel caso dell’emancipazione femminile, oppure del diffondersi di valori e regole della democrazia.
È evidente che a queste conclusioni si può arrivare solo riportando sotto controllo l’indignazione per l’iniquità del creato e rinunciando a cercare per le vie sommarie il colpevole dei colpevoli e la soluzione delle soluzioni. Ci si arriva prendendo realisticamente atto della grave imperfezione delle cose umane, raccogliendo con pazienza le informazioni affidabili e tentando per quanto sia possibile di capire che cosa stia davvero accadendo e come si possa migliorare un po’ la situazione. Ci si arriva, come fa Bhagwati, giudicando in maniera non ideologica le multinazionali, che certo sempre virtuose non sono, ma che non sono nemmeno la sentina di ogni vizio - se non altro perché nei Paesi del terzo mondo pagano stipendi in media più alti di quelli corrisposti dalle aziende locali. O anche valutando in maniera non aprioristica le organizzazioni non governative, che sono senz’altro utilissime, benemerite e spinte dal disinteresse; e che però rappresentano pure loro un centro di potere, talvolta assai robusto, e non possono pretendere di sottrarsi a qualsiasi regola e controllo.
Non è certo il migliore dei mondi possibili, insomma, quello di cui ci parla l’economista indiano. È pieno di dolore e di difetti, e ha bisogno di correzioni continue e assidua manutenzione. Solo, nel maneggiarlo faremmo bene a non dimenticare che la globalizzazione non è l’inferno dell’umanità, ma una grande opportunità per rendere il purgatorio meno invivibile.
giovanni.orsina@libero.it