La globalizzazione dei guai

Non può certamente dirsi che il governatore della Banca d’Italia sia persona che predilige esporsi con battute a effetto. Diremmo anzi che la sua ultima relazione all’Assemblea generale ha sofferto per un eccesso di discrezione notarile. E dunque tanto più impressiona sentirlo dire non solo «che la situazione continua ad essere critica ed è difficile dire quanto ciò durerà»; ma «che nell’ultima settimana e mezzo sui mercati è stata più difficile. In quest’ultima fase le cose sono andate più sul lato della fragilità che su quello della stabilità».
Se una persona, che per il suo mestiere più volentieri preferirebbe educarci alla noia, si spinge a tanto, viene ovvio a chiunque di iniziare a preoccuparsi. Anche se pochi poi sanno in che cosa complicatezze come gli aumenti di capitali difficili o la mobilizzazione della leva finanziaria li riguardino. Non importa: il quadro si compone per tutti più inquietante, e appunto fragile.
Perché è evidente: anche il lettore qualunque ha capito che la sensazione di dubbio crescente riguarda non solo lui. Ma possiede pure il banchiere o il tecnico, economista provetto. Da un po’ del resto l’economia si sta applicando a farci ripassare quanto di peggio può ritrovarsi nei manuali alla voce crisi.
Per l’azionario sono stati i sei mesi peggiori dal 1987; e il cambio dell’euro ci rimanda più indietro: a quelle svalutazioni epiche che rovinarono dollaro e Nixon negli anni Settanta. Così come i prezzi del petrolio o la speculazione sulle materie prime. Con in aggiunta però una crisi delle banche, le quali si ricapitalizzano sempre peggio, con rari precedenti dagli anni Trenta.
Per non dire della geopolitica, che tra Iran, arabismo, caccia cinese alle materie prime ci fa rimpiangere la semplificazione della Guerra fredda. Il guaio, insomma non può più dirsi di quelli che si rimediano facile, e con elogi a Greenspan. Nome intanto evoluto per tutti sempre più calamitoso.
Detto altrimenti: di globale ormai iniziano ad esserci più guai che virtù. Ed è palese: gli americani hanno tirato loro troppo la corda. Hanno usato prima la moneta stampata in eccesso dal Giappone e poi i surplus dei cinesi, per seguitare a indebitarsi. Bolle speculative sono state così gonfiate, in cicli senza pudore.
Ma ora paghiamo tutti il conto di questa loro trovata: la parentesi si sta chiudendo: i guai degli Usa tornano quelli degli anni Settanta. E se è così dovremmo allora preoccuparci soprattutto per uno scenario di stagflazione, di un impoverirsi del potere d’acquisto, rovinato al contempo da meno redditi e più inflazione.
L'intensità del processo può certo discutersi, ma il nostro guaio dei prossimi anni sarà questo: da anni Settanta. Con il di più dei guai geopolitici della presente globalizzazione.
Il passato dell’economia più rimosso, anestetizzato, quello degli Usa in crisi, e fattore di crisi, ritorna, in un clima da anni Settanta. E appunto il rimedio da tanti citato, di elevare i margini sugli acquisti a termine di materie prime, è tipico del dibattito di quegli anni. Un mondo che né le venditrici di fondi, da collare elettrico, né quei contatori di percentuali che sono gli economisti adolescenti delle società di rating possono aver conosciuto.
È di questi giorni infatti la notizia che esiste un difetto di gioventù di troppi economisti nel rilevare e studiare un’inflazione che mai hanno vissuto. Ma tant’è, tutto sta evolvendo al passato. E come al solito mentre la destra inizia ad accorgersene, la sinistra non ci capisce niente. Ma solo tra un po’di anni, questi maestri delle scoperte in ritardo ci spiegheranno che aveva ragione Tremonti.