«La globalizzazione funziona» Retromarcia di Bové, il contadino anti-McDonald’s

Dopo anni di proteste contro il libero mercato e il commercio internazionale, il leader no global deve arrendersi all’evidenza: «È più conveniente». Anche per gli agricoltori europei

Lui è quello che marcia contro il McDonald’s. In piedi sul trattore, con la bandiera e i seguaci al seguito: l’esercito dei contadini della vecchia Europa, umiliati e offesi da quel fast food che vuole cominciare a servire Big Mac e patatine e ketchup in bustina proprio a Millau, Francia del Sud, patria del Roquefort. Formaggio nobile. Locale, puro, di globale neanche una muffetta. José Bové, nome d’arte di Joseph, porta il trattore in mondovisione nell’agosto del 1999: distruggiamo il McDonald’s, altrimenti saremo noi, contadini di Francia, a essere distrutti dal nemico, la globalizzazione nefasta, le regole internazionali, i governi e l’Europa che pensano solo al commercio e ai soldi e non ai nostri sussidi.
Quasi dieci anni dopo, a marciare con Bové sono rimasti in pochi. Il suo sguardo è corrucciato, il grido della rivolta gli si è asciugato in gola. Non solo perché è stato bocciato alle elezioni presidenziali del 2007, dove ha preso l’1,32 per cento dei voti. Osez Bové, il suo slogan, non funziona più. È un mito che non cattura: la globalizzazione, la grande nemica, in questi anni ha portato soldi, ricchezza, nuovi mercati da invadere con prodotti sempre più raffinati. I formaggi europei, ad esempio, si sono conquistati quasi metà della torta: dal 35 al 42 per cento del commercio globale di settore. È successo proprio dal 1999. L’agricoltura continentale, pian piano meno dipendente dai sussidi dell’Unione, ha superato gli Stati Uniti per valore delle esportazioni: in media 75 miliardi di dollari contro 65 nel biennio 2003-2005. Grazie ai salumi italiani, il grano tedesco, i vini pregiati, i formaggi saporiti di Francia e Inghilterra. La globalizzazione ha fatto vincere il Roquefort. Bové, come gli altri coltivatori e allevatori del Plateau Larzac, può vendere in Medio Oriente, in Russia, persino agli odiati cinesi. Osez Bové è perdere fette di mercato, soldi, produzione. E i contadini francesi, anziché tentare la rivoluzione che non hanno mai fatto, hanno calcolato perdite e ricavi. Au revoir. Bové è finito nell’ombra: come quella che lo risucchia sulla copertina di Newsweek, il settimanale americano che si chiede: «Che fine ha fatto?». Dopo aver attaccato i McDonald’s, protestato rumorosamente a Seattle per il convegno dell’Organizzazione mondiale del commercio, distrutto campi coltivati a Ogm ed essersi fatto vari mesi di carcere, Bové non è che avesse cambiato idea. Anzi. È il 2003 e a Cancun, per la riunione del Wto, usa toni da Savonarola (anche se lui sostiene di ispirarsi al filosofo Henry David Thoreau): «Questo settembre non dev’essere caldo, deve bruciare. Dobbiamo scendere tutti in strada. Possiamo farcela, possiamo far fallire Cancun».
Trattore, baffoni, pipa, la mucca che svetta alle sue spalle. «Il Wto dev’essere smantellato». Perché è il mentore del malbouffe, il cibo senz’anima. Per lui l’agricoltura è «il simbolo della resistenza contro la globalizzazione». Era.
Ora che il mercato globale premia i suoi seguaci, a Bové resta poco da osare. Toni smorzati, afflosciati come la punta dei baffoni. Bové scopre il seme del dubbio. «L’agricoltura e il liberalismo economico non sono compatibili» ha raccontato a Newsweek. I mostri si sono dissolti all’improvviso. L’Apocalisse è un ricordo. «Gliela faremo vedere» diceva ai governi, al Wto, all’Unione europea. Oggi parla di «compatibilità»: il campo di battaglia è lontano, il trattore è fermo in fattoria. Per il Wall Street Journal era «l’ex hippy che cita Bakunin ed è diventato un contadino solo nel 1975, per scelta politica». Poi la realtà, la politica, l’hanno lasciato indietro. E allora, dalla sua ombra, prova a convincersi: «I cittadini non hanno intenzione di accettare la trasformazione dei prodotti agricoli in prodotti di mercato solo perché per alcuni è conveniente. La gente è sempre più contraria all’istituzione di un mercato globale dell’agricoltura». Parla astratto, ma non può non pronunciare quell’aggettivo: «conveniente». Funziona, il mercato. E i tredici milioni di contadini e allevatori europei adesso lo amano. La protesta ha perso sapore. La disobbedienza civile predicata da Bové è un tamburo troppo timido, nessuno l’ascolta più. Nemmeno lui. Il mondo non è in vendita, era il suo libro contro la globalizzazione. Qualche volta, però, si può fare un’eccezione.