Glucksmann: "Bendetto XVI ha ragione. Quasi su tutto"

Gli occhi azzurri sono un po’ più vecchi. André Glucksmann stringe tra le mani il suo ultimo libro: Una rabbia di bambino (Spirali). Sulla copertina c’è la foto di un bimbo infagottato, con i capelli biondi e lo sguardo corrucciato. La bocca piegata all’ingiù, senza un sorriso. È lui e aveva quattro anni. Ora ne ha 71 e qualche volta sorride. La rabbia è la stessa, ma il tempo aiuta a dissimulare. C’è un guizzo di tenerezza quando sente il nome di Milana. È la ragazza a cui è dedicato il libro. Come sta? «Sei preoccupato? Non sei il solo. Ma tutto quello che ti dirò non scriverlo». Milana Terloeva ha raccontato la Cecenia, la guerra, la disperazione di Grozny. Milana fin da ragazzina ha danzato sulle macerie. Glucksmann l’ha conosciuta alla Sorbonne e in qualche modo l’ha adottata. È lei, con i suoi 28 anni di resistenza e coraggio, una delle figure centrali di quel Pantheon che Glucksmann venera. Lui li chiama dissidenti del nichilismo. Sono quasi tutte donne. C’è Martha, la madre, che combatté la sua resistenza, sospesa tra Hitler e Stalin. Lei, ebrea, a cui suo figlio deve due volte la vita. Ci sono Aline e Annick, tutsi adolescenti che hanno attraversato il genocidio del Ruanda. C’è Nathalia, che con il suo bimbo in braccio manifestava sulla piazza Rossa contro l’entrata in Praga dei carri del suo paese. Ci sono Malika e Khalida, «i miei amici algerini condannati a morte dai terroristi islamici e che non cedettero, rifiutando di lasciare Algeri. E ci sono appunto Milana e Rosa, e tutte le ragazze di Grozny, che sfoggiano la loro umanità in pieno terrore.

C’è un televisore acceso in questo albergo di Pordenone. È giorno di festival, di libri e di letteratura. Ma lì, oltre lo schermo, si parla della crisi economica americana. Il fallimento del credito, la bolla dei mutui. C’è quasi un’aria da apocalisse in quelle parole, come una profezia ritorna il ’29. Glucksmann commenta: «Non è corretto chiamarla crisi americana. Questa è una crisi di cui si deve preoccupare il mondo. Ma non è l’apocalisse. Passerà come sono passate le altre. Non c’è nulla di nuovo. Si era imposto un ottimismo esagerato che serviva a fare in modo che le banche continuassero a dare credito all’infinito».
Nel tempo di questo filosofo francese, che quando era ancora molto giovane osò sfidare i «maestri del pensiero» totalitario, con un saggio che lo rese famoso in tutto l’Occidente, il Novecento non è mai passato. Si è solo camuffato dentro un altro secolo, declinando sempre più verso il nulla. È lui il nemico contro cui Glucksmann combatte. E dice: «La sfida al nichilismo è la più vasta, la più profonda, la più intima delle prove contemporanee». Poi aggiunge: «C’è un manipolo di eroi che continua a combatterlo in prima linea».

Chi sono?
«I dissidenti. Non c’è una soluzione miracolo al martellamento del nulla. Né un ritorno alla preistoria, né un balzo nella post-storia. Ma i dissidenti ci ricordano la necessità di non capitolare».
Sembra una scelta senza speranza.
«La dissidenza non riesce a difenderci dai pericoli di un mondo in cui i valori positivi sono incerti e il senso spesso assente o ingannevole».

Ma...
«Ci insegnano a resistere al nichilismo, senza perderlo d’occhio. Proprio come Socrate ad Atene non schivava nessuna questione insolente o ribelle posta dagli adolescenti incrociati nell’agorà, così dobbiamo fare anche noi. Jan Patocka diceva che è proprio questa la scommessa dei dissidenti: “Vivere non su un terreno fermo, ma in un insieme mobile, vivere nello sradicamento”».

Patocka morì torturato dalla polizia di Praga nel 1977.
«Ma ci ha insegnato, con la sua logica socratica, a vivere nel vero».

Patocka è uno di quelli che ha combattuto i maestri del pensiero del Novecento. Chi sono i maestri del pensiero di questo XXI secolo?
«Non ci sono più. Evaporati».

Non ci sono più i cattivi?
«Non c’è più il pensiero. L’unico ad avere ancora allievi è Heidegger, ma è un maestro del nulla».

Ratzinger è venuto a Parigi, e lì ha rilanciato la battaglia contro i maestri del nulla.
«E la Francia ha applaudito. Ma è solo un’illusione. Tutti acclamavano le parole del Papa. I giornali hanno parlato di una Francia convertita, con i bambini in festa. Tutti hanno ascoltato Ratzinger, ma nessuno ha dato davvero peso alle sue parole».

Cioè?
«Mi ha sorpreso questa marea di ottimismo. L’unico ad essere seriamente preoccupato era il Papa. Lui diceva: guardate che il nulla ci sta avvolgendo. E gli altri applaudivano».

Lo sa che l’accuseranno ancora una volta di essere diventato papista? Prima la difesa del discorso di Ratisbona, ora questo. Che fine ha fatto il filosofo laico?
«Un tempo non accettavo la patente di filosofo. Ero solo un professore di filosofia, ma non ritenevo che la palma del filosofo potesse per questo cadere sulla mia testa. Ora mi sono rassegnato, mi accontento di essere saggio. E se questo ha a che fare con la filosofia...».

E il laico? Che fine ha fatto?
«È ancora laico, ma non è un anticlericale ottuso. Ratzinger evidenzia un problema, ma su molte cose non sono d’accordo con il Papa. Su una in particolare: Ratzinger tende a far coincidere relativismo e nichilismo. Ma non sono affatto la stessa cosa. Il relativismo è la molteplicità del bene. Il relativismo è rinunciare a imporre a tutti un’idea di bene comune, e questo è il laicismo che ha posto fine alle guerre».

Il nichilismo?
«È la negazione del male. Attenzione. Non è solo la negazione del bene, ma è l’idea profonda che il male non esista».