Gm brucia 47mila posti Con Chrysler chiede aiuti

L'auto americana in crisi. Wagoner: "Senza sostegni possiamo resistere un mese ancora". Anche Nardelli batte cassa: "Ci servono altri fondi". Chiesti 21 miliardi a Obama

È l’ultima spiaggia di General Motors e Chrysler. Dai piani di ristrutturazione «lacrime e sangue» presentati al governo americano dipenderà il futuro dei due gruppi automobilistici. Perentorio il messaggio lanciato dalla Casa Bianca: è «cruciale», per gli Stati Uniti, avere un’industria dell’auto forte e vitale. Da qui la prospettiva per Gm e Chrysler di portare a casa altri 21 miliardi di dollari, come misura aggiuntiva per aiutare le due società a fronteggiare la crisi. La ricetta anti-fallimento di General Motors è pesantissima: 47mila posti di lavoro in meno già quest’anno anno e la chiusura di ulteriori cinque impianti negli Usa entro il 2012. Il presidente Rick Wagoner ha posto la fine di marzo come limite di sopravvivenza del colosso: «Senza aiuti, abbiamo liquidità solo per un mese ancora». La promessa è di restituire il prestito non oltre il 2017.

Ieri i vertici dei due gruppi hanno spiegato nei dettagli come intendono utilizzare i nuovi fondi. Entrambi i colossi, che hanno già ricevuto rispettivamente 13,4 e 4 miliardi di dollari per scongiurare la bancarotta, hanno battuto cassa per altri 16,6 e 5 miliardi. «Ringraziamo l’amministrazione e il Congresso per l’opportunità», ha detto il numero uno di Chrysler, Bob Nardelli, spiegando come la società «comprende perfettamente il bisogno di adattarsi alla significativa riduzione delle vendite negli Usa e alle preoccupazioni sulla sicurezza energetica e il cambiamento climatico». Chrysler ha in programma una riduzione dei costi fissi per una cifra fino a 700 milioni di dollari nel corso del 2009, mentre i tagli del personale saranno nell’ordine delle 3mila unità. Sospesa anche la produzione di tre modelli di vetture. Il piano, che insieme a quello di Gm sarà finalizzato entro il prossimo 31 marzo, dedica all’accordo con il gruppo Fiat un ampio capitolo: «La proposta di alleanza con gli italiani - si legge nel documento - può rafforzare la ristrutturazione e consentire alla società l’accesso a piattaforme per veicoli a basso consumo, nonché opportunità di taglio di costi. Riteniamo - continua la nota presentata a Washington - che Chrysler riuscirà a sopravvivere. Una ristrutturazione ordinata al di fuori dell’amministrazione controllata, unita al nostro piano per una sopravvivenza indipendente e rafforzata dall’alleanza strategica con Fiat, è la migliore opzione per i dipendenti di Chrysler, i sindacati, i fornitori e i clienti. La firma dell’accordo non vincolante per un’alleanza strategica con Fiat rappresenta un beneficio significativo dal punto di vista strategico e finanziario per gli azionisti». Il sindacato United auto workers, il più importante del settore auto negli Stati Uniti, ha intanto trovato un accordo di principio con Gm, Chrysler e Ford sulle modifiche da apportare ai contratti di lavoro siglati nel 2007. Il presidente dell’Uaw, Ron Gettelfinger, ha reso noto che le discussioni proseguono sui versamenti da effettuare in un fondo fiduciario che dovrebbe gestire a partire dal 2010 l’assistenza sanitaria dei dipendenti in pensione. Si tratta di una buona notizia per Chrysler e Gm: la Casa Bianca aveva posto come condizione per ottenere i prestiti federali, necessari alla sopravvivenza delle società, proprio l’ottenimento di concessioni da parte del sindacato sui contratti. Gettelfinger ha specificato che i cambiamenti su cui è stato trovato un accordo aiuteranno le società ad affrontare la difficile congiuntura economica. Il leader dell’Uaw, oltre che con i tre gruppi (Ford è l’unico, per ora, a non aver chiesto aiuti al governo) dovrà confrontarsi anche con il «mastino» Ron Bloom, già vicepresidente di Lazard Freres, noto per essere un grande tagliatore di costi, incaricato dal segretario al Tesoro, Timothy Geithner, a seguire la rinascita delle Big Three. Gm, dal canto suo, rinuncerà ai marchi Hummer, Saturn nonché alla svedese Saab. Anche l’Europa sarà oggetto di una forte ristrutturazione attraverso la chiusura di tre impianti della controllata Opel, per la quale ci sarebbe anche la possibilità dello scorporo da Detroit.