Gm: «Soldi subito o falliamo»

«Abbiamo commesso errori; chiedo scusa per essere obbligato a chiedere fondi al governo». Ieri i senatori Usa si sono trovati di fronte un Rick Wagoner piuttosto abbacchiato e desideroso di recuperare la faccia dopo la brutta figura rimediata nella prima audizione. Lasciata la sua bella villa in stile coloniale di Birmingham, nei dintorni di Detroit, dove balza subito all’occhio la sproporzione del garage (enorme e capace di ospitare un incredibile numero di vetture) rispetto all’abitazione, pure ragguardevole, Wagoner ha raggiunto Washington a bordo di quella che dovrebbe essere l’auto della svolta: l’elettrica Chevrolet Volt. Insieme a lui, con il cappello in mano, ci sono Alan Mulally (Ford) e Bob Nardelli (Chrysler).
Allo stesso tavolo dei tre boss siede anche il responsabile del sindacato Uaw, Ron Gettelfinger («pronti a fare la nostra parte, ma dipendenti e pensionati dei tre gruppi non devono diventare il capro espiatorio della situazione»). Sono 34 e non 25, intanto, i miliardi di dollari che Gm, Ford e Chrysler sperano di ricevere dallo Stato. Allo stesso tempo Gm e Chrysler riconsiderano l’ipotesi di una fusione dei due gruppi («disponibili a parlarne»). Per tutta risposta il presidente uscente George W. Bush ha avvertito che l’auto Usa deve dimostrare di essere in buona salute se vuole accedere al pacchetto di aiuti del governo. «Non conta quanto sia importante il settore per la nostra economia, non vogliamo mettere soldi buoni nel marcio - ha affermato in un’intervista alla Nbc - per il bene dei contribuenti, vogliamo accertarci che il piano che i tre gruppi svilupperanno assicuri la loro vitalità a lungo termine». I vertici di Gm, Ford e Chrysler hanno subito fatto capire che potrebbero accettare di lavorare sotto il controllo di un comitato di supervisione federale come condizione per ricevere gli aiuti auspicati.
Ieri Wagoner, sempre molto contrito, ha illustrato «un piano per creare una nuova Gm», confermando la volontà di tagliare costi e collegate, tra cui la svedese Saab. Fra i tre top manager è Mulally a sembrare più tranquillo. Il numero uno della Ford, infatti, ha chiaramente detto che a rischio immediato sono Gm e Chrysler, facendo anche non pochi appunti al piano esposto da Gm. Ford ha confermato di aver messo in vendita la Volvo per 6 miliardi, più o meno la stessa cifra pagata nel ’99 per acquisirla. La Casa Bianca ha comunque fatto sapere che i fondi per salvare le tre case non devono provenire dal Tarp, il maxi-stanziamento da 700 miliardi varato per ristrutturare il sistema finanziario Usa. Intanto, i saldi a cui devono ricorrere i gruppi in crisi possono ingolosire non pochi concorrenti.
I bocconi più ambiti sono Volvo e, nel caso, la stessa Chrysler, insieme al marchio Jeep. «Stiamo molto attenti a quanto accade negli Usa», ha detto qualche giorno fa il neopresidente di Exor (controllante di Fiat) John Elkann, commentando la propensione del gruppo al business nell’auto. Chi non ricorda, poi, quando Torino si vide soffiare da Ford proprio la Volvo?