Gobbi, un maestro di sumo a Lambrate

Non occorre saper danzare l'haka per giocare a rugby. Non è indispensabile sorseggiare il the delle cinque per scoprire i misteri del cricket. E, dunque, non è necessario essere giapponesi per praticare il sumo. Basta andare a Lambrate, in via Bassini 26, affacciarsi alla palestra in cui ha trovato casa il Judo Club Milano e domandare di Fausto Gobbi. Laureato in legge, ex-rugbista, judoka figlio d'arte e cintura nera. E, soprattutto, nazionale azzurro di sumo dal 2004, con due mondiali e due europei in carriera.
Eppure, smog a parte, Lambrate non è l'estrema propaggine di Tokyo né Gobbi assomiglia a Yokozuna Musashimaru, leggenda del sumo in Giappone. Dove questa forma di lotta dalla millenaria tradizione colma arene da 15mila persone, onora rigidi cerimoniali intrecciati con la religione, alleva i giovani a suon di zuppe ipercaloriche, bastonate, culto dei campioni. «Si può praticare il sumo senza studiare giapponese», spiega Gobbi, 34 anni, 120 chilogrammi. «Ai mondiali, ad esempio, non è obbligatorio attenersi al tipico rituale, come bere l'acqua della forza o spargere il sale. Il nostro si chiama sumo sportivo, una disciplina che speriamo possa entrare nel programma olimpico: le regole sono le stesse ma è il sumo come puro sport, sciolto, se si vuole, dai legami esterni con la cultura nipponica». E con qualche altra differenza: quattro categorie di peso (fino a 80 kg, fino a 115, oltre i 115 e «open»), mentre in Giappone la bilancia non conta. E spazio anche alle donne (la categoria più leggera è fino a 65 kg). Inconcepibile fra i giganti del Sol Levante.
Restano i luoghi comuni: c'è chi chiama Gobbi per scritturare un sumotori (lottatore di sumo) da inserire in un film o far combattere (simbolicamente) con i dirigenti alle feste aziendali e chi resta deluso «perché non abbiamo atleti giapponesi. Siamo tutti italiani». «Siamo», sì: Gobbi non è solo fra i pionieri di uno sport che da noi ha dieci d'anni di vita, cerca sponsor per la nazionale («basterebbero 20mila euro») e deve fare i conti con piccole potenze europee come la Germania e la Russia. L'azzurro cura anche un corso settimanale di sumo sportivo in via Bassini (info al tel. 02.2363949), aperto a tutti. Senza che si debba combattere a livello agonistico. «Chi può provare? Sono felice di accogliere chiunque, pure i giovanissimi. Siamo già una trentina: studenti, buttafuori, un parrucchiere, alcune ragazze, un sessantenne di 50 chili». Non si diventa, infatti, come i pur agili pachidermi del sumo professionistico. E non si indossa il mawashi, il lungo perizoma in cotone bianco che è l'unico indumento dei sumotori. Vanno bene pantaloncini e maglietta.
«Il sumo educa all'autocontrollo, a non sentirsi a disagio nel proprio corpo e a rispettare l'avversario. Ma è anche una forma di autodifesa. Si tratta infine del più puro esempio di combattimento: due uomini nudi e disarmati, come dimostra il saluto che precede la lotta, uno di fronte all'altro. Niente è più leale del sumo». E basta andare a Lambrate.