GOETHE Il romanzo degli antigiacobini

Adelphi pubblica la nuova edizione completamente rivista di un classico della letteratura romantica tedesca

Torna dopo decenni uno dei capolavori della letteratura universale. La critica discute ancora se Gli anni d'apprendistato di Wilhelm Meister (Adelphi, pagg. 596, euro 18) di Goethe (1749-1832) siano artisticamente superiori sia al giovanilissimo (e stupendo) Werther che al senile e travolgente racconto delle Affinità elettive. Certo il Meister (come il Faust) ha accompagnato Goethe per tutta la sua attività artistica: i primi abbozzi risalgono agli anni di gioventù, mentre la stesura della seconda parte Gli anni di viaggio di Wilhelm Meister (di recente pubblicati dalla Medusa) viene ultimata negli ultimi tempi della sua lunga vita.
L’attuale edizione, che si fonda su quella curata da Anita Rho ed Emilio Castellani, è stata completamente rivista dalla redazione editoriale ed è arricchita dalla traduzione del bel saggio introduttivo di Hermann Hesse e da preziose note al testo, nonché da una indispensabile aggiunta dall’epistolario sul romanzo che Goethe intrattenne con Schiller, che convinse il riluttante autore a riprendere la scrittura al Meister dopo lunghi anni di interruzione, sicché il romanzo poté essere pubblicato nel 1795-6 in una stesura completamente rivista dal progetto iniziale. Stesura di cui si è, avventurosamente, conservata una copia, pubblicata col fortunato titolo di Missione Teatrale di Wilhelm Meister, che Croce considerava poeticamente più viva della stesura definitiva.
Perché? Che cosa aveva reso meno «poetica» la redazione pubblicata? Potremmo dire: la cultura. Nel senso che tra le due scritture Goethe si pone il problema di quegli anni, che poi è un problema con cui facciamo ancora i conti: la Rivoluzione, la politica, il rapporto tra formazione, sviluppo individuale, «Bildung», e società, intreccio tra individuo e comunità. Tra la stesura giovanile e quella «ufficiale» c’è di mezzo lo scacco di Weimar, ossia la constatazione del fallimento dell’utopia goethiana di coronare il suo più che decennale e intensissimo incarico politico quale principale ministro del Ducato di Weimar, impegnato a istituire almeno a Weimar la prima cellula di una cultura della Humanität.
La sua «fuga» in Italia tra il 1786 e 1788 e il ritorno a Weimar, condizionato da un abbandono della politica, sono i più vistosi segnali di quella svolta «antipolitica», che si sarebbe radicalizzata con lo scoppio della Rivoluzione Francese, da Goethe fortemente avversata quale irruzione di forze oscure e distruttive di quel progetto di Bildung, fondato sulla graduale evoluzione del genere umano, che aveva necessità di realizzarsi nei secoli e non con gli inesorabili, impazienti colpi della ghigliottina.
Eppure restava il problema che aveva intrigato tanti intellettuali e artisti del Settecento. Come si poteva creare una sorta di comunità esemplare, interclassista, armonica, ispirata dai sacri dettami dell’alta missione dellìuomo in terra, quale testimone e insieme attore di una realizzazione sublime e straordinaria che esprimeva la nostalgia dell’epoca per il meraviglioso ideale illuministico della «dignità dell’Uomo»?
La loro risposta - quella, per intenderci, di Lessing, Herder, Goethe, Mozart, Federico II per quanto riguarda la cultura tedesca - era la Massoneria, quale esperimento distaccato dalle fazioni e dalle lotte sociali e nazionali, ed elevato schillerianamente a «chiesa invisibile» in cui laicamente e insieme ritualmente sorgeva l’uomo iniziato ai misteri del proprio più profondo mistero, alluso dai simboli cosmici della loggia e dagli emblemi muratori della costruzione di una più giusta e armoniosa comunità. Era un progetto universale che coinvolgeva tutto l'Occidente, all’origine del nuovo stato americano, come pure del clima prerivoluzionario in Francia e che ebbe tanta incidenza sulla formazione della nuova Italia, come dimostra un’opera di grande impegno storiografico: La Massoneria, che è il 21° volume degli Annali einaudiani della Storia d’Italia a cura di Gian Mario Cazzaniga, appena uscito (pagg. 850, euro 85).
Dunque il Meister all’inizio per Goethe era il racconto delle peripezie di un giovane borghese lacerato dalla contraddizione tra sfera economica (quella dei suoi genitori e avi, ricchi e colti mercanti) e la sua «missione» di diventare attore e fondatore della nuova drammaturgia tedesca. La sua storia si dipana tra amori con seducenti attrici e strani personaggi, già romantici come la piccola efebica e morbosa Mignon, cui è destinata la canzone più nota del romanzo, indimenticabile, dolcissimo incipit del terzo libro: Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?, struggente ode della nostalgia tedesca per il meridione e l’Italia. Il giovane incontra nelle sue avventure una Germania ancora tutta fascinosamente settecentesca, quella dell’ancien régime, dei castelli e dei briganti, da cui - casomai - si viene salvati dal provvidenziale intervento di una bellissima amazzone, algido angelo e terrena contessa di cui s’innamora il nostro giovane Wilhelm.
Ma la ripresa del romanzo si confronta con un mondo in violento cambiamento. Il poeta non fa cenno a ciò che sta succedendo al di là del Reno e che velocemente si propaga anche nei territori del Sacro Romano Impero. Il silenzio sulla politica è assordante. Tacere equivale a una aristocraticissima condanna, a un’inderogabile presa di distanza. Goethe tesse quel filo rosso che giungerà fino alle Considerazioni di un impolitico di Thomas Mann, che suggellano il destino del pensiero conservatore (in tempi come i nostri in cui tanto si parla di «destraccia» e si assiste al tracollo farsesco di una millenaria dinastia, i politici nostrani della destra dovrebbero andare a scuola da Goethe e da Mann).
Il Meister dunque da archetipo del Bildungsroman, e da racconto fortemente realistico, si trasforma anche in romanzo sociale dell’Europa, che crede ancora nell’evoluzione e rifiuta la Rivoluzione e che articola questa sua concezione del mondo con gli strumenti della cultura e della letteratura massonica, ovvero di un progetto affidato a una ristretta schiera di eletti al servizio di un graduale piano di salvazione e di crescita spirituale del genere umano. Tutto ciò dovette essere accantonato di fronte all’irruenza dello «spirito del tempo», incarnato da quel genio misterioso di Napoleone, che Goethe, realisticamente, accettò in quanto liquidatore del giacobinismo. Ma questo è già un altro capitolo dell’opera goethiana, che troviamo sviluppato non più nel Meister, bensì nella seconda parte del Faust.